Strage del Vajont
«Cerco il bambino
salvato da papà»

Deborah Basso con i suoi due figli dopo la commemorazione. L.P.
Deborah Basso con i suoi due figli dopo la commemorazione. L.P.
Laura Pilastro21.10.2019

La speranza di ritrovare quel bambino si è solo un po' affievolita davanti all'evidenza dei 56 anni trascorsi da quella notte. Ma nel suo cuore, Deborah Basso sente che il "miracolo" resta possibile. Lo deve a suo padre Luciano che, appena qualche ora dopo il passaggio dell'onda di acqua e fango responsabile, quel 9 ottobre del 1963, della morte di 2 mila persone, riuscì a mettere in salvo un piccolo di quattro anni, sopravvissuto al disastro del Vajont.

 

Nei giorni scorsi, come ogni anno, la 43enne originaria di Belluno ma vicentina d'adozione, ha partecipato con i suoi due figli all'anniversario della tragedia e al tradizionale lancio di palloncini in memoria delle 487 giovani vittime. Anche in quell'occasione, il pensiero è andato alla promessa fatta a suo padre prima della sua morte, nel 2005: «Trova quel bambino e abbraccialo per me, mi disse papà. Quando è mancato, ho preso il suo impegno». La donna, in questi anni, non solo ha chiesto aiuto al comitato dei sopravvissuti del Vajont, ma si è rivolta pure a trasmissioni come Chi l'ha visto e Le Iene. «Sono consapevole che più passano gli anni, minori possibilità ci sono che io lo trovi; se questa persona è viva, oggi dovrebbe avere una sessantina d'anni. So che molti bambini scampati al disastro e rimasti orfani sono stati adottati da famiglie straniere. Lui potrebbe essere uno di questi. Oppure può aver rimosso tutto. Purtroppo gli indizi sono davvero scarsi».

 

Luciano Basso all'epoca prestava servizio militare al Genio degli Alpini ed era stato assegnato alla caserma "Fantuzzi" di Longarone. Il giorno dopo il disastro venne inviato a prestare soccorso. E proprio a Longarone, mentre scavava nel fango, si accorse del pianto di un bambino che chiamava, disperato, i genitori. «Poteva avere 4 o 5 anni. Aveva addosso solo una canottierina, mio padre lo prese in braccio e lo portò al sicuro - racconta la figlia -. Gli americani della Setaf di Vicenza erano stati inviati sul posto con gli elicotteri per assicurare il trasporto aereo dei feriti negli ospedali del Bellunese: provarono a caricare solo il piccolo, che non volle però staccarsi da mio papà, il quale quindi decise di andare con lui per poi tornare a Longarone, con la promessa di fargli visita alla prima licenza. Ma quando fece ritorno in quell'ospedale, il San Martino di Belluno, il piccolo non si trovava più lì e non fu nemmeno possibile risalire ai suoi dati che non erano mai stati registrati». Di qui le difficoltà della ricerca. «Per me continua ad essere una specie di eredità morale», conclude la figlia dell'alpino. Ecco perché l'appello è instancabile: «Aiutatemi a trovare quel bambino»

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