Pfas, ecco i limiti proposti da Roma Corsi d’acqua: guai

L’audizione dell’Ispra nella commissione “Ecomafie”
L’audizione dell’Ispra nella commissione “Ecomafie”
Piero Erle 21.07.2019

«L’effetto che vedremo nei prossimi mesi è che, a seguito del monitoraggio del 2018 sui Pfas, fatto in via sperimentale dal sistema, e al primo monitoraggio che sarà obbligatorio per effetto della normativa sulla qualità dell’acqua, che sarà quello del 2019, molti corsi d’acqua nazionali, proprio per effetto dell’introduzione di queste sostanze nei criteri di classificazione, si vedrà modificato lo stato di qualità: ovviamente in negativo». L’ha annunciato Alfredo Pini dell’Ispra, affiancato dal dg Alessandro Bratti, in audizione di fronte alla commissione bicamerale “Ecomafie” (come noto è poi venuta in missione in Veneto). Con loro Stefania Balzamo ed Emauela Pace. Già nel 2018 Ispra - grazie ai dati delle agenzie regionali tra cui Arpav - ha segnalato in un report che i dati coinvolgono 14 regioni: «In 150 casi (il 14% delle rilevazioni) sono state rilevate concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione richiesto dalla normativa». Sempre Ispra ha indicato come l’ex Miteni sia una sicura fonte di inquinamento, ma ha citato per le concentrazioni registrate anche la Solvay in Piemonte, e ha rivelato come sui Pfas «il fiume Po è di gran lunga il più inquinato d’Europa». UNA «FAMIGLIA». Tutti lo sanno, le prime due sostanze messe nel mirino sono i Pfos e i Pfoa, per i quali in Veneto «abbiamo valori medi su tutti i corsi d’acqua che eccedono anche gli standard di qualità ambientale»: è «una situazione di preoccupazione che comunque determinerà una classificazione dei corpi idrici in uno stato peggiorativo rispetto all’attuale». Una volta stabilita la qualità scadente, si deve agire per recuperare un livello migliore, ma come? Qui emerge un altro problema messo chiaramente in luce da Ispra di fronte alla commissione (di cui Bratti era stato presidente): data l’estrema utilità dei Pfas per impermeabilizzare materiali e indumenti, e creare schiume antincendio, le industrie via via tendono a sostituire Pfos e Pfoa con altri tipi di sostanze della stessa famiglia, per le quali magari non esistono non solo indicazioni di legge (la direttiva Acque ne considera solo sei, tra cui Pfhxa e Pfbs), ma nemmeno standard per la loro misurazione. Tra queste il GenX e il C6o4, ma anche altre (anche i Pfhs sono nel mirino da tempo). E anche se le ricerche sono ancora in corso, ci sono pochi dubbi sul fatto che i Pfas siano sostanze tossiche soprattutto perché interferiscono con il sistema endocrino interno. LA QUESTIONE DEI LIMITI. Per questo ad esempio la convenzione di Stoccolma, ha spiegato Ispra alla commissione parlamentare, indica che bisogna considerare nel loro insieme tutte le sostanze “pop” (inquinanti organici persistenti) e agire a livello globale e non locale, dando così ragione alla Regione Veneto in una vecchia diatriba con il Ministero: l’obiettivo è «restringere l’uso di tutte queste sostanze, anche perché sono per la maggior parte importate piuttosto che prodotte a livello europeo (questo a dire il vero lo denunciava anche Miteni) e quindi la restrizione è l’unico mezzo perché non siamo poi immesse nelle acque». Anche perché, come noto, se anche le acque poi sono state depurate i fanghi coi Pfas finiscono nelle discariche e da lì percolano nei terreni. Di qui la necessità, emersa da tempo, di fissare sì limiti per i singoli Pfas ma anche per i “Pfas totali”, come gruppo unico, come ha indicato anche l’autorità europea alimentare Efsa. E il Ministero dell’ambiente, ha spiegato sempre alla commissione “Ecomafie” la dirigente Eugenia Dogliotti dell’Iss, ha fatto deliberare al Consiglio dei ministri una proposta di 100 nanogrammi al litro per la somma dei Pfas, e 65 nanogrammi per i Pfos e 30 per i Pfoa: «L’orientamento è di un’imposizione molto restrittiva per questi inquinanti e direi che è la via giusta». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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