Dalle Carbonare e quel 29 maggio 1997
«La mia gioia sofferta in quella cella»

Dieci anni dopo Dalle Carbonare poté alzare la Coppa Italia al cielo
Dieci anni dopo Dalle Carbonare poté alzare la Coppa Italia al cielo
Alberta Mantovani29.05.2020

A volte ci vuole più coraggio ad affrontare il passato che le incognite del futuro. Ancora di più se ciò che si è vissuto lo si ritiene profondamente ingiusto. Il rischio è che tutto ciò porti a ripiegarsi su stessi e sui propri dolori, diventando aridi. Non è così per Pieraldo Dalle Carbonare e lo capisci quando pur parlando di una notte durissima, quella del 29 maggio 1997, non abbassa mai lo sguardo, anzi, così come il suo non è mai uno sguardo cattivo, caso mai lacerato. Disarmante il suo raccontare che parte da un principio di vita per lui fondamentale: «Non ho dubbi: piuttosto che fare del male meglio riceverlo».

 

Riavvolgiamo dunque il nastro sino al 29 maggio 1997 finale di ritorno di Coppa Italia Vicenza-Napoli: stadio Menti, carcere di San Vittore. Due realtà all'opposto tenute insieme da quella che diventerà la Partita che entrerà nella storia biancorossa. Che Dalle Carbonare non poté vivere allo stadio. «La prima immagine che ho davanti è la piccola cella che dividevo con altri tre compagni di viaggio - racconta il presidente - seduti su degli sgabelli ad aspettare l'inizio della gara. Provo le stesse sensazioni di allora, ma per me non c'è solo la partita c'è un prima e un dopo, il prima ricco di tensione... Il dopo, la notte, è stato il momento più difficile. Dico sempre che è stato uno dei giorni più belli, ma anche più brutti della mia vita». Svela a distanza di tanti anni che ci ha provato ad essere presente quella sera. «Andai dal p.m. Alfredo Robledo per l'interrogatorio, si sapeva che il Vicenza avrebbe giocato la finale il 29 e buttai lì: le do la mia parola che poi torno, mi pago il viaggio, lo pago pure all'agente che mi deve accompagnare. Ricordo che alzò lo sguardo un po' sorpreso, fece un mezzo sorriso e aggiunse: non è possibile». La rabbia quella sera deve essere stata veramente tanta. «Io chiuso là dentro, fuori la festa, avevo dato otto anni della mia vita per arrivare a quel momento e non potevo essere tra la mia gente. Col passare delle settimane me ne sono fatta una ragione, se no non vivi più».

 

Una notte magica, una notte durissima. «Ti senti impotente, ti chiedi perché mille volte, ma se non reagisci rischi di consumarti dentro». Di certo Dalle Carbonare ha vissuto un'esperienza unica. «Ormai tutti sapevano chi ero e quella sera metà carcere tifava Napoli e metà Vicenza, io avevo vissuto l'esultanza dello stadio, ma le assicuro che quella sentita nel carcere è stata altrettanto toccante». Dalle Carbonare ha sempre creduto nella vittoria del Vicenza: «Per forza, quella squadra l'avevo costruita anche io, conoscevo bene i miei giocatori, la loro forza, ma soprattutto conoscevo la forza del Menti!». Non ha mai temuto il peggio, ma ammette: «Nel calcio l'episodio sfavorevole può capitare, i tempi supplementari sono sempre un'incognita quindi mi sono rilassato solamente al terzo gol messo a segno da Iannuzzi». E alla fine il suo capitano, Gianni Lopez, ha alzato la Coppa Italia al cielo. «Io nella mia cella... Come faccio a descrivere quelle sensazioni? Nel cuore avevo gioia e rabbia, entrambe infinite». Eppure il presidente biancorosso non ha mai provato la tristezza della solitudine. «Perché era la mia coscienza, prima di tutto, a non farmi sentire solo e poi perché sapevo che tante persone mi volevano bene». Segno tangibile di questo affetto profondo la lettera che gli arrivò in carcere circa quindici giorni dopo: «Dentro c'era la foto del mio capitano Lopez che alzava la Coppa al cielo e lui aveva scritto: questa è la sua coppa, grazie presidente».

 

C'è stato solo un momento in quei 62 giorni di carcere in cui Dalle Carbonare ha rischiato di perdersi. «Per fortuna è durato soltanto due-tre minuti, ricordo che ho pensato: ecco queste sono le vere pene dell'inferno, perché sono pene che distruggono l'anima e sono devastanti. Poco da fare, ero in un posto dove proprio non meritavo di stare». Lo sguardo e il tono di voce di Pieraldo Dalle Carbonare durante questo racconto complicato e sofferto sono la testimonianza della sua onestà d'animo. «Mi è stato tolto tanto, però ancora oggi tante persone, dentro e fuori dal calcio, mi vogliono bene e questo vale molto di più». Lui quella notte magica non c'era al Menti ma con fierezza dice: «Anche tra 100-200 anni resterà scritto che il 29 maggio del 1997 il Vicenza ha vinto la Coppa Italia, perché tutto passa nella vita, ma poi è proprio il passato a scandire la storia».