Roberto Bolle
la danza classica
diventa rock

Elisa Pasetto18.07.2019

Chi ha detto che una star della danza, cresciuta a pane e plié in uno dei templi italiani del balletto classico, la Scala di Milano, non possa essere rock? Sono bastate due ore, ieri sera, in Arena, in compagnia di Roberto Bolle e dei suoi “friends”, per sfatare il paradosso. E se l'intenzione dichiarata del ballerino era di «far arrivare la danza a più gente possibile», l'impressione è che l'obiettivo, per l'étoile della Scala di Milano e principal dancer dell'American Ballet Theatre di New York, sia decisamente a portata di mano. L'inizio dello show, infatti, è da rockstar: sui maxischermi compare Bolle seguito da una steady cam tra sbarre e camerini nel dietro le quinte, fino all'ingresso trionfale nell'anfiteatro e l'abbraccio del pubblico in delirio (ricordate la scena iniziale di “Bohemian Rhapsody”, con Rami Malek/Freddie Mercury che nello stesso modo si palesa sul palco del Live Aid?).

Il dopo-spettacolo non è da meno, con centinaia di ragazzine urlanti (e le mamme estasiate) ad attenderlo per selfie e autografi nel vallo dell'Arena.

 

Nel mezzo, tutta la poesia dell'arte di Tersicore, impersonata da un cast stellare, in un intreccio di classico e contemporaneo ai massimi livelli. Si comincia con Angelo Greco e Misa Kuranaga (entrambi principal dancer del San Francisco Ballet) in una eterea versione del Pas de deux da Coppelia. Immediatamente dopo ci si spoglia degli “orpelli”, con il protagonista della serata che duetta sulle note di Bach con Elena Vostrotina, principal dancer del Ballett Zürich: nemmeno un vero costume di scena, solo body e T-shirt, è danza pura.

Gli applausi a scena aperta cominciano con Danil Simkin, principal dancer dell’American Ballet Theatre: con carisma da attore e performance da atleta, regge alla grande il solo dall’inedito Les Bourgeois. Ancora classico con Timofej Andrijashenko e Nicoletta Manni, i due giovani primi ballerini del Teatro alla Scala di Milano, e il Grand Pas Classique di Auber, mentre il primo atto si chiude all'insegna delle emozioni: un lavoro di John Neumeier dedicato all’amico coreografo scomparso Maurice Béjart, danzato per la prima volta proprio in Arena nel 2015.

E i 13mila dell'anfiteatro, come allora, si commuovono, mentre le note contemporanee di Simon&Garfunkel parlano di “vecchi amici” e Bolle e Alexandre Riabko, principal dancer dell’Hamburg Ballett, incantano tra muscolose prese e delicati abbracci. Dopo l'intervallo, riecco Bolle, stavolta in coppia con l'incontenibile energia della guest artist Stefania Figliossi in Serenata di Amerigo Ciervo (membro del gruppo folk iMusicalia), poi il ritorno di Kuranaga e Greco in Soirées Musicales di Britten - lei tutta grazia ed equilibrismi, lui esempio di potenza e perfezione tecnica. E, ancora, Bolle nel passo a due In the Middle Somewhat Elevated, successione di scenografiche “pose” e tripudio di “linee” valorizzate dalle gambe (lunghe, lunghissime, quasi infinite) di Vostrotina. Infine, l'apoteosi.

 

Prima c'è pane per i denti dei puristi del classico accademico, con Simkin, “mago” di salti e tour en l'air, e la georgiana Maia Makhateli, vezzosa e abilissima con il ventaglio, che valorizzano le mitiche coreografie di Petipa nel Pas de Deux dal Don Chisciotte. Poi, la “chicca” finale, creata apposta per questa sesta edizione veronese di «Roberto Bolle&Friends»: Waves, coreografia di Max Volpini su musiche Davide “Boosta” Dileo, tastierista dei Subsonica, in cui l'etoile scaligera “duetta” con il laser. Ma se all'inizio il ballerino è come un cyborg, quasi prigioniero tra queste “lame di luce”, nel climax finale se ne libera e le domina.

Perché la tecnologia, con Bolle, è al servizio dell'arte, non viceversa (e hanno un bel daffare, le maschere, a correre tra il pubblico in platea chiedendo di riporre i cellulari intenti a riprendere l'inedita suggestione). Solo per i saluti finali, dopo la rottura dell'illusione scenica, ci sarà tempo per video e selfie con lo sfondo dell'Arena festante. Ma, fino ad allora, la magia della danza resta un'emozione da condividere in privato, quasi in intimità, nel contesto teatrale. Anche se si tratta di quello unico (incorniciato per l'occasione da una splendida luna piena, “stella” tra le étoile), del teatro all'aperto più grande del mondo.

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