Batsheva, libertà è infinito “Venezuela” di Naharin capolavoro d’emozioni

I danzatori della Batsheva Dance Company in “Venezuela”, il capolavoro coreografico del 2017 firmato Ohad Naharin COLORFOTO ARTIGIANAUn frangente dello spettacolo che ha rapito il TCVI (tutto esaurito da tempo) l’altra sera F. DALLA POZZA
I danzatori della Batsheva Dance Company in “Venezuela”, il capolavoro coreografico del 2017 firmato Ohad Naharin COLORFOTO ARTIGIANAUn frangente dello spettacolo che ha rapito il TCVI (tutto esaurito da tempo) l’altra sera F. DALLA POZZA
Lara Campigato 02.02.2020

Lara Campigato VICENZA Venezuela, all'apertura del sipario, inizia con una cascata di sensazioni che improvvise si abbattono sugli spettatori del teatro Comunale di Vicenza. La compagnia è Batsheva Dance Company, il capolavoro coreografico del 2017 è di Ohad Naharin. Egli ha creato Venezuela come due atti di quaranta minuti, ma entrambi hanno le stesse sequenze di movimenti; le differenze sono nella musica utilizzata, nel taglio dell'illuminazione e nell'energia che i danzatori vi profondono. Un gioco di nuova percezione rispetto alla sezione precedente, in cui si rimesta la memoria di un viaggio turbolento, composto da alcune scene audaci e potenti che colpiscono nel profondo, prima di passare ai cliché più leggeri dei balli sudamericani. Oscilla il palcoscenico con unisoni indisciplinati ad alta tensione, in un lavoro che risulta stupefacente e accattivante, intriso com'è di enigmi all'interno del giulivo caos d'insieme, ma che lascia a ciascuno la possibilità di elaborare impressioni personali. Di spalle al pubblico un gruppo di danzatori si sposta a piccoli passi lentamente sul palco, il suono nudo di canti gregoriani e il nero dei semplici abiti creano un vuoto eterno e un tono espansivo. Dalla presenza collettiva oscillante ed omogenea, scandita in una meticolosa esibizione di danza con gesti impercettibili e suoni sorprendenti, una danzatrice assume una posa da sala da ballo latina: alza un braccio con un polso appassito, l'altra mano sulla vita, e viene presto seguita da tutti i ballerini. Questi a loro volta si accoppiano e “scoppiano” per brevi tanghi, si staccano per singole esplosioni di movimento, per convergere di nuovo in un'attività di gruppo che esalta la consapevolezza reciproca nel trambusto della vita, dell'andare e venire delle relazioni, come se i danzatori non avessero genere ma solo una forte identità. Tutti sono solisti e tutti sono sincronizzati molecolarmente; sono di una razza addestrata per una perfezione non solo tecnica, ma atta ad evocare sentimenti ed eccentriche descrizioni aggettivali. Qui ciò che fa le differenze individuali non è il genere, ma l'intelligenza, la coordinazione, la musicalità, l'esplosività, l'uso della gravità, la fantasia, la delicatezza dell'essere connesso agli elementi più importanti di cui la danza è fatta: passione, abilità e potere dell'immaginazione. Un urlo annega nel rumore. Dopo un breve blackout, i quattro ballerini si mettono a cavalcioni sulle spalle dei loro compagni che strisciano su e giù per il palco, evocando l'immagine di cammelli e i loro cammellieri che camminano cautamente nel deserto. Questa sezione più lenta lascia poi il posto ai ballerini che 'rappano' insieme il successo di B.I.G. "Dead Wrong", pezzo audace e volgarissimo. Sul finire della prima parte, i danzatori esibiscono bandiere bianche, e in una sezione ipnotizzante della coreografia mostrano i loro assoli, nei quali possono sfoggiare singolarmente le strabilianti imprese di controllo ed emozione, transizioni intelligenti in cui l'articolazione spinale scorre come un'onda attraverso il riverbero oltre i corpi fisici, in un movimento a livello cellulare che suscita una tendenza al metafisico. Un blackout, poi la luce e siamo di nuovo all'inizio. Cosa è cambiato esattamente? Niente e tutto, come dimostra Ohad Naharin in questo eccellente e rigoroso lavoro in cui la ripetizione della danza offre la possibilità di rivisitare le provocazioni. Durante la seconda metà di Venezuela, l'unica diversità scenografica è l'utilizzo di bandiere di svariati colori, mai però direttamente riconducibili a Paesi reali. Così, a seconda della conoscenza del pubblico della politica mondiale (e della familiarità con l'inglese), le scelte del geniale Naharin costringono gli spettatori a reagire istantaneamente alle sollecitazioni della coreografia, musica, illuminazione e movimento, e a percepire la performance attraverso il filtro dei propri valori. In ogni caso, i ballerini non stanno solo forse cercando di soffocare i suoni di un mondo ansioso e ansiogeno? Proprio come esiste più di un modo per analizzare un problema, c'è più di un modo per vedere la danza. Le nozioni di scelta hanno i loro limiti: credere nella libertà è infinito. Lo spettacolo, attesissimo dal pubblico vicentino e per questo esaurito da lungo tempo, ha ricevuto ovazioni e calorosi applausi. • © RIPRODUZIONE RISERVATA