Draghe a Fimon
per salvare il lago
dall’incubo alghe

Il lago di Fimon invaso dalle piante acquatiche della specie myriophyllum spicatum. COLORFOTO
Il lago di Fimon invaso dalle piante acquatiche della specie myriophyllum spicatum. COLORFOTO
Laura Pilastro 23.07.2018

ARCUGNANO. La scena si ripete ogni estate: lo specchio d’acqua dei vicentini che diventa preda delle piante acquatiche nel loro periodo di maggiore sviluppo. Non c’è tregua per il lago di Fimon, soffocato dal myriophyllum spicatum che lo rende sempre più simile a una palude. Il millefoglio d’acqua comune è l’ospite più indesiderato e combattuto di quei 6 chilometri quadrati di superficie idrica gestiti dalla Provincia. E mentre si incrociano le accuse sulle cause della proliferazione incontrollata delle piante - tra modalità di pesca, attività nautica e scarichi agricoli - spunta l’ipotesi di ricorrere a una soluzione radicale per salvare il lago e strapparlo così al suo destino: quella di dragarne il fondale. Un intervento costosissimo per il quale l’ultima parola spetta alla Regione. INVASIONE. Basta il colpo d’occhio per capire la gravità della situazione. La superficie del lago è invasa dalle piante che lasciano libere soltanto piccole porzioni di acqua. Come confermano le indagini svolte tra il 2016 e il 2017 dal Dipartimento di Scienze chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale dell’università di Parma, il periodo che va tra la fine di luglio e l’inizio di agosto è il più critico perché vede il myriophyllum spicatum crescere a ritmi ingestibili, complici le temperature elevate, l’irraggiamento e la disponibilità di nutrienti. Su questi, in particolare, si concentra l’ex presidente della sezione vicentina della Lega navale italiana, Pier Giorgio Xodo: «Purtroppo non c’è un controllo adeguato della quantità di pastura utilizzata dai pescatori. La presenza di fosfati e azoti nel lago favorisce il proliferare delle piante acquatiche, tra aprile e ottobre. La loro presenza, nella stagione più calda, ci impedisce di svolgere le nostre attività ed è un vero peccato. Stiamo buttando via un’oasi a 10 minuti dalla città». Sì, perché nemmeno i tre interventi l’anno con il mezzo anfibio acquistato dal Consorzio di bonifica Alta Pianura Veneta grazie a un finanziamento di 70 mila euro della Regione hanno dato risultati apprezzabili. Lo ha chiarito la stessa indagine universitaria che ha messo in evidenza come «la barra falciante è in grado di rimuovere le piante solo fino a circa un metro di profondità» e ciò «implica l’impossibilità di rimuovere biomassa nel periodo primaverile quando la pianta è caratterizzata da steli di lunghezza ridotta». Constatato il flop, per il consigliere provinciale con delega al lago di Fimon Renzo Segato, «a meno di interventi consistenti, lo specchio d’acqua sarà destinato all’estinzione nell’arco di 200-300 anni». FONDALE NEL MIRINO. Ma c’è chi non vuole rassegnarsi a questo finale, come il presidente del Consorzio Alta Pianura Veneta, Silvio Parise, che propone un tavolo di confronto: «Ci deve essere una programmazione. Il lago è considerato un Sito di interesse comunitario, dunque dobbiamo superare l’impasse e trovare una soluzione definitiva, con la Regione che deve fare da capofila». E questa soluzione potrebbe passare per il dragaggio del lago: «Si tratterebbe di abbassare il fondale di alcuni metri, liberandolo dal limo. Basti pensare che ora il fondale si alza di un centimetro l’anno. Se non agiamo, il lago diventerà progressivamente una pozza». L’ipotesi del dragaggio non è nuova al sindaco di Arcugnano, Paolo Pellizzari: «L’intervento potrebbe costare oltre 10 milioni di euro. Se Provincia e Regione non vorranno investire questa cifra enorme, e immagino che al momento ci siano altre priorità, credo che il lago ce lo dovremo tenere così, cercando piuttosto di valorizzarlo per quello che è».