«Le persone cercano preti veri non perfetti»

Don Marco Pozza durante il suo intervento a Ponte di Legno
Don Marco Pozza durante il suo intervento a Ponte di Legno
Marialuisa Duso 09.08.2018

«La gente non cerca un prete perfetto, ma un prete vero». È convinto don Marco Pozza, il prete di Calvene che a 38 anni ha fatto riscoprire all’Italia il “Padre nostro” accanto a papa Francesco attraverso Tv2000. Ed è proprio questo suo essere vero, al punto da dire «Io sono felice di essere prete, ma non sono sicuro di morire prete. Ci spero e basta» che ha calamitato l’attenzione per oltre due ore nella serata più affollata del festival “Una montagna di cultura” di Ponte di Legno. Jeans, maglietta e scarpe ginniche, don Marco ha raccontato la sua esperienza di cappellano del carcere di Padova. Ma lui «ciclista mancato che vede nella fatica un dono», ha svelato anche la sua fatica di vivere accanto ai poveri, quella descritta nell’ultimo libro “Il contrario di mio - Sfumature randagie sul Padre Nostro”. Com’è un sacerdote vero? «Non spetta a me definire i connotati della “verità” che fa un sacerdote. La mia trasformazione (difficile) è stata quella di passare da un sacerdozio perfetto ad un sacerdozio vero: della verità del mio sacerdozio è parte integrante la somma dei miei fallimenti e dei miei tradimenti. Mi accorgo, a contatto con i perdenti, che la gente va alla ricerca di un prete vero, che non nasconda l’assurdo che c’è dentro la sua storia ma sappia affrontarlo per tentare di diventare migliore. Mi convinco che sono le imperfezioni a rendere più credibile una storia. Anche un sacerdozio, almeno il mio». Cos’è la fede oggi? «La fede non toglie la fatica del vivere, la lotta del credere, l’angoscia di chi deve fronteggiare il male. Non assicura nemmeno il pane. Però, e per me questo basta e avanza, mi aiuta a scoprire un significato dentro tutto quello che mi accade. E l’uomo è capace di sopportare qualunque fatica, anche la più assurda, se qualcuno lo aiuta a scorgerci dentro un senso». Chi è don Marco dopo gli incontri ravvicinati con papa Francesco? «Un ragazzo che ha ancora più netta la percezione di essere un peccatore. Che deve fare i conti con la predilezione di Dio. La predilezione, però, non funziona per gradi di maggior merito, ma di maggior bisogno. Ecco il perché del mio imbarazzo: sono un uomo così fragile che Dio usa con me una dose di amore e di attenzione superiore, qualche volta. Mi vuol salvare a tutti i costi: a questo punto sospetto che Lui, in me, intraveda cose che io ancora non sono in grado di vedere». Quali progetti la attendono? «Il più grande al quale sto lavorando, da anni, è la costruzione della mia felicita. Mi occupa quasi tutto il tempo. Per farlo, anche con fatica, frequento la gente perdente e perduta: lo faccio non perché sono un uomo di grande carità, ma perché frequentandoli sento di stare bene io. Maturo come uomo. Tutto il resto che provo a fare è solo la visione esteriore della mia personale ricerca del volto di Dio. Della felicità». Farà ancora televisione? «La tv, che non guardo mai, è uno dei miei passatempi. Siccome noto che la menzogna e il male non si vergognano di invadere lo schermo, cerco che anche il bene e la bellezza trovino il coraggio di entrare in quei circuiti. Con il Padre nostro, ho scoperto che è stato un progetto di catechesi. Sull’onda di questo entusiasmo, ho deciso di mettere cuore e intelligenza nell’altra preghiera, l'Ave Maria. Attorno a quella Donna, che ho imparato a pregare nel santuario di Monte Berico, è custodita la storia della mia famiglia, della mia fede. Sono partito da Lei e dalla mia mamma per dare un seguito a Padre Nostro. Da martedì 2 ottobre, fino a Natale». • © RIPRODUZIONE RISERVATA