Malori alla sagra
e post al "veleno"
Si va a processo

Alla sagra dei bigoli con l’arna nel 2016 ci furono molti intossicati
Alla sagra dei bigoli con l’arna nel 2016 ci furono molti intossicati
D.N. 09.03.2018

ZANÈ. L’edizione del 2016 della sagra dei bigoli con l’arna di Zanè in paese se la ricordano purtroppo in molti, perché al di là della tradizionale festa l’occasione di ritrovo fu rovinata da un’intossicazione che colpì almeno un’ottantina di persone. A provocarla, stabilirono le indagini dell’Ulss, fu «una modesta quantità di ragù» che sprigionò delle tossine che provocarono vomito e diarrea in molti commensali. Non la pensava così però evidentemente Corrado Pontini, 42 anni, residente a Zanè in via Michelangelo. La procura, con il pubblico ministero Brunino, lo ha infatti citato a giudizio e l’imputato, difeso dall’avv. Nicola Mele, dovrà presentarsi in tribunale nei prossimi mesi per difendersi dall’accusa di diffamazione aggravata. E i titolari del “Pastificio Mondin snc” di Zanè potranno costituirsi parte civile per sollecitare un robusto risarcimento dei danni, tutelati dall’avv. Marta Dal Prà. Le polemiche per quell’edizione della sagra non sono quindi ancora finite, e ora se ne discuterà davanti ad un giudice. Cos’era accaduto? In base a quanto è stato ricostruito dalla procura, dopo che si era diffusa, attraverso anche il nostro Giornale, la notizia dell’intossicazione, Pontini avrebbe pubblicato un post su Facebook, in cui avrebbe offeso la reputazione del pastificio. «È tutto da vedere - avrebbe pubblicato l’imputato - se è colpa del ragù! Si vocifera da un pezzo che la pasta è di una ditta del c. che utilizza farina cinese e uova marce». Il Pastificio Mondin - che vede come responsabili Michela, Stefania e Fabrizio Mondin - era il fornitore ufficiale della pasta della sagra 2016, e quando i titolari lessero il commento andarono su tutte le furie. E poi sporsero un’articolata denuncia in procura, ritenendosi ingiustamente accusati e diffamati da Pontini. La cui supposizione era stata poi smentita dai risultati degli accertamenti dell’Ulss. L’imputato in aula potrà difendersi, facendo valere le sue ragioni. Ma la vicenda dimostra una volta di più che trincerarsi dietro espressioni come «si vocifera» o simili non esime da eventuali responsabilità penali o civili, e che i commenti devono essere commisurati ai fatti e mai offensivi. •