«Io in salvo per 80 volte nel rifugio»

Sullo sfondo il rifugio antiaereo sotto il Castello che sarà recuperato.  FOTOSERVIZIO DONOVAN CISCATOL’asilo Rossi di via Pasubio davanti al rifugio antiaereo
Sullo sfondo il rifugio antiaereo sotto il Castello che sarà recuperato. FOTOSERVIZIO DONOVAN CISCATOL’asilo Rossi di via Pasubio davanti al rifugio antiaereo
Karl Zilliken 22.01.2019

«Io, 80 volte nel rifugio antiaereo quando ero bambino, ho chiesto che venisse riscoperto». Luigi Bogotto, 85 anni e a lungo presidente della sezione cittadina dell'associazione Marinai d'Italia, riavvolge il nastro della storia e torna a quando, appena undicenne nel 1945, doveva correre per salvarsi la vita. Senza fiato, si rifugiava nelle stanze sicure create tra il giardino Jacquard e l'asilo Rossi. Spazi che Bogotto non ha mai dimenticato e che ha chiesto al Comune di recuperare. Un invito che, finalmente, sarà completato prima dell'estate 2019 grazie alla manodopera della protezione civile alpina e alle casse del municipio per 13 mila euro di materiale. «Durante la guerra abitavo in via Pasubio 80 di fronte al bar “Giocondo Vino”. Mio padre lavorava in proprio commerciando lane e tessuti vari, mia madre era impiegata alla Lanerossi, in un ufficio della Fabbrica Alta. Tra il 1943 ed il 1945 passavano continuamente sopra il cielo di Schio squadriglie di aerei anglo-americani, le cosiddette “Fortezze volanti”, i Boeing B-17 – racconta Bogotto che ha anche avuto un passato nella Marina militare -. Volavano a circa 3.500-4.000 metri d'altezza in formazioni a triangolo. Per noi ragazzini era uno spettacolo ed il frastuono che facevano i motori era impressionante. Erano diretti al nord per bombardare la Germania. Di solito, circa 10 minuti prima del loro passaggio suonavano le sirene delle fabbriche, il lanificio Conte, la Lanerossi ed il lanificio Cazzola. Uno squillo voleva dire mitragliamento; più suoni, invece, significavano bombardamento». Un ricordo, in particolare, è indelebile: «Il 14 febbraio 1945, il mercoledì delle ceneri, per le scuole era festa mentre per gli operai delle fabbriche era una giornata lavorativa. Anche mia madre alle 7.40 uscì per andare al lavoro. Alcuni minuti prima delle otto, le sirene dettero l'allarme ma, allo stesso tempo, alcuni aerei passarono a volo radente, allontanandosi verso Marano e ritornando dopo alcuni istanti mitragliando a tutto spiano. Al secondo passaggio, poi, sganciarono le prime bombe sulla Lanerossi. Furono 16 bombe sganciate a più riprese. Io e mia sorella più piccola eravamo ancora a letto. Siamo partiti a precipizio di corsa con mio padre, saltando giù per le scale, ero scalzo ed in mutande in mezzo ai vetri infranti di una vetrata, con i vestiti sotto braccio. In un attimo la strada fu piena di gente, tutti correvano come pazzi gridando e piangendo. La paura era evidente, la si poteva vedere; era una cosa indescrivibile. Nella strada c'era una nuvola bianca, una nebbia: si trattava del vapore dalle caldaie lesionate. Siamo entrati nel rifugio dalla porta a fianco dell'asilo Rossi ed in un attimo fu pieno. Gente svestita, qualcuno in ciabatte, altri vestiti alla meno peggio. Anziani, bambini che piangevano. La confusione era terribile, il vociare enorme. La disperazione si era impossessata di noi». Dopo la corsa, la paura: «Il pensiero era per mia madre, rimasta in fabbrica – conclude Bogotto -. La cosa terribile era di non sapere se si era salvata. La fortuna era stata dalla nostra parte: era entrata dall'entrata opposta alla nostra. Quante lacrime quando ci siamo riabbracciati. Quando uscimmo, apprendemmo che alla Lanerossi ci furono 11 morti e una cinquantina di feriti. Non dimenticherò». • © RIPRODUZIONE RISERVATA