Niente casa ai profughi «Nessuno ce le affitta»

L’istituto dei padri Giuseppini in via Murialdo a Montecchio
L’istituto dei padri Giuseppini in via Murialdo a Montecchio
Antonella Fadda 15.09.2018

«Abbiamo un lavoro, siamo in regola eppure nessuno ci affitta un appartamento». Sono le parole di Samuel Aire, Afolabi Oni e Justice Areleme, tre giovani nigeriani fra i 25 e 27 anni, attualmente ospiti dai padri Giuseppini di Montecchio. La loro storia è simile a quella di tanti altri che, sui barconi, arrivano in Italia e chiedono asilo per motivi umanitari. Justice è cattolico ed è scappato per le guerre di religione; Samuel è evangelico e, per sfuggire a una setta di cui faceva parte la sua famiglia, ha dovuto lasciare il suo Paese. Afolabi, invece, è mussulmano e la sua famiglia di origine è stata sterminata in moschea. Ha lasciato moglie e figli, che oggi hanno 6 e 4 anni, e spera di potersi ricongiungere a loro: «Sono tre anni che non li vedo», spiega, sforzandosi di parlare in italiano. La loro meta iniziale era la Libia, dove erano convinti di rifarsi una vita. Così non è stato a causa dei gravi problemi interni dello Stato nord africano. Hanno quindi deciso di fuggire un’altra volta, cercando un nuovo futuro. In Italia, dopo due anni, la richiesta di asilo viene respinta e, in attesa che il loro ricorso venga esaminato, devono uscire dal programma di prima accoglienza. Da alcuni mesi hanno trovato un lavoro in conceria con contratto a tempo determinato, hanno ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno e contribuiscono, in piccola parte, alle spese della struttura di via Murialdo. «Sono arrivati da noi a marzo 2016 - spiega padre Mario Pizzol, referente dei richiedenti asilo -. Da quando non hanno più il sussidio lavorano, vanno ad Arzignano in bici tutti i giorni. Ora però è tempo che diventino autonomi, che si inseriscano nella società e che si integrino. Afolabi, ad esempio, mi ha chiesto se può andare a scuola». Ma la ricerca di un alloggio diventa molto difficile. «Ci siamo rivolti ad agenzie e privati - prosegue padre Mario - ma, quando sapevano che era per loro, improvvisamente non c’era disponibilità o rispondevano che preferivano vendere piuttosto che affittare». Tante porte chiuse, nonostante tutte le garanzie: «Abbiamo spiegato che il contratto di locazione sarebbe stato a nome dei Giuseppini - aggiunge il sacerdote - e che anche le bollette sarebbero state intestate a noi e che poi i tre giovani avrebbero pagato le spese, dato che sono indipendenti. Ma è stato inutile». Samuel, Afolabi e Justice vorrebbero una casa dove stare, anche una stanza in un appartamento con altri, e sarebbero disposti a trasferirsi pure in un comune vicino. «Ma vorremmo rimanere in zona - concludono - perché abbiamo il nostro lavoro e non vogliamo perderlo. Ma ci spostiamo in bicicletta». • © RIPRODUZIONE RISERVATA