Mezzo secolo di balli con Simone

Giuliano Cederle con la sua chitarra “griffata”. FOTOSERVIZIO GUARDAGiuliano con il gruppo dei Notturni, di cui ha conservato il nome
Giuliano Cederle con la sua chitarra “griffata”. FOTOSERVIZIO GUARDAGiuliano con il gruppo dei Notturni, di cui ha conservato il nome
Matteo Guarda 09.06.2018

Matteo Guarda “Butta in aria le mani e poi lasciale andar”. Alzi la mano chi non ha mai sentito il desiderio di cedere all’invito del ritornello de “Il ballo di Simone”, il tormentone-bandiera di un Sessantotto spensierato che compie cinquant’anni e questa sera verrà celebrato allo stadio di Montebello in occasione del concerto promosso proprio da Giuliano dei Notturni, il cantante originario del paese che ad appena vent’anni lo portò ad un colossale successo. Un’ascesa che è giunta ininterrotta fino ai nostri giorni facendo ballare intere generazioni e diventando una delle canzoni italiane più ascoltate di sempre. «Questo brano conserva ancora intatta tutta la sua carica di energia, e questo è qualcosa di incredibile – spiega Giuliano Cederle, che allora lo cantava con “I Notturni”, da cui ha preso il genitivo d’arte, conservato anche da solista -. Non è certo un capolavoro di canzone lo ammetto ma è semplice, immediata e molto coinvolgente, e questo alla gente è piaciuto moltissimo. Ha portato tanta allegria distinguendosi dai testi difficili, impegnati o troppo sentimentali di certi brani che si ascoltavano allora ma anche di tanti di oggi. E infatti il “Ballo” va anche adesso, perfino all’asilo, dove le maestre lo usano per proporre gli esercizi di movimento dei bambini, e va bene anche per gli anziani che fanno ginnastica dolce seguendo questo ritmo. Praticamente è una canzone evergreen, apprezzata a tutte le età». Come è nato il successo del Ballo? «Siamo stati notati dalle case discografiche quando con “I Notturni” a Milano abbiamo vinto un concorso canoro che si chiamava “La Quadriglia”. C’erano quasi duecento gruppi in gara e presentava un giovane Pippo Baudo. Una casa di quelle grosse che aveva comprato i diritti per l’Italia di “Simon says” dei “1910 Fruitgum Company”, che andava forte all’estero, cercava una band italiana. “I Califfi” e “I Giganti” avevano rifiutato perché l’avevano considerata una canzone troppo frivola per il genere impegnato di moda al momento. Così al posto loro siamo stati lanciati noi che eravamo nuovi e spensierati. Io che scrivevo canzoni ho tradotto le parole, che si rifacevano a un vecchio gioco americano. Ho scritto “Butta in aria le mani” nel ritornello, aggiunto “Batti” in una strofa e cambiato il titolo, che probabilmente ha permesso di diventare quello che è diventato, e cioè il ballo degli anni Sessanta. È piaciuto veramente a tutti, ha venduto 12 milioni di 45 giri, in un mercato come quello di allora, ma ancora adesso viene scaricato da internet». A proposito di “Butta in aria le mani”, una volta ha dovuto alzarle sul serio... «Già. Quando lavoravo all’esattoria della Popolare di Arzignano c’è stata una rapina che è finita in sparatoria tra banditi e carabinieri. Nel duomo di Ognissanti ci dovrebbero ancora essere i segni dei colpi. Io sono scappato di corsa nel cortile della banca da dove è passato anche l’unico rapinatore che è riuscito a farla franca. Quando mi ha visto là fermo a mani alzate, con la pistola puntata verso di me mi ha fatto a bruciapelo: “Pam”. Questa storia ha ispirato la scena di una fiction poliziesca di una emittente tv padovana in cui sono un commesso di oreficeria che viene rapinato. Qui il bandito cita la canzone e mi urla: “Butta in aria le mani!”». Cosa pensa della musica di adesso? «Ritengo che la musica più bella sia quella degli anni Sessanta. Canzoni che diventavano colonne sonore della vita di una persona, quando gli innamorati ascoltavano quella che avevano scelto e si facevano gli auguri con una dedica. E “Il Ballo di Simone” può essere considerato la colonna sonora dei momenti di gioia».