L’ultima scalata del partigiano re del sesto grado

Giacomo Albiero in una delle sue tante scalate in solitaria. FADDA
Giacomo Albiero in una delle sue tante scalate in solitaria. FADDA
Antonella Fadda 23.09.2018

Se n’è andato l’“uomo del sesto grado”. Era il soprannome dato dagli scalatori al montecchiano Giacomo Albiero, ex partigiano, mancato l’altra notte a 93 anni. Alpinista di primissimo piano e di grande esperienza, per aver raggiunto le cime più difficili ed impervie da sesto grado di difficoltà, da cui il soprannome, Albiero fu uno dei soci fondatori del Cai di Montecchio. Insieme ad altri nove appassionati, nel lontano 1947, si adoperò affinché la città castellana avesse una propria sezione del Club alpino italiano. Guidò anche una spedizione nell’Himalaya, sull’Anapurna, dove sfiorò la vetta, ma soprattutto fu un grande scalatore delle montagne vicentine, spesso affrontate insieme a Renato Casarotto e Piero Radin. Nonostante amasse le salite solitarie, altro suo compagno di arrampicata è stato Franco Perlotto. «Ci siamo arrampicati insieme negli anni Settanta - racconta l’ex sindaco di Recoaro - e siamo sempre rimasti amici. Abbiamo aperto una parete nuova, molto tosta per l’epoca, nella Pala di San Martino. Era un grande scalatore, umile e disciplinato. Con me aveva scalato soprattutto in roccia e c’era profonda stima reciproca. Era una persona a cui volevo bene, molto rigido nelle sue idee ma assolutamente coerente con se stesso. Giacomo ha fatto delle belle salite, collezionando un numero impressionante di scalate: era un esempio da seguire». Profondo dispiacere anche per la sezione Cai di Montecchio che tre anni fa organizzò una festa per l’accademico del club alpino, in occasione dei suoi 90 anni. «È stato un maestro e punto di riferimento per tutti noi - afferma il presidente, Giovanni Beato - e ricordo che una volta ci disse che la montagna è da vivere sempre. Anche quando piove, perché si va al rifugio e si fanno altre attività». Albiero, oltre ad essere alpinista, fu anche uno dei senatori della Marcialonga, partecipò a 36 edizioni consecutive, a cui diede l’addio solo otto anni fa. Non tanto per l’età, bensì a causa di un intervento di protesi al ginocchio che lo costrinse a fermarsi. La sua passione vera è rimasta, fino alla fine, la montagna. Quella montagna che imparò ad amare da giovanissimo quando iniziò ad arrampicarsi sul Monte Nero per gioco. Rimase tutta la vita con lo sguardo verso il cielo, cercando la vetta più alta, forse memore di un passato difficile che l’ha visto combattere, come partigiano nella brigata “Stella”, è uno dei pochi sopravvissuti al rastrellamento del 9 settembre a Piana di Valdagno (è stato ricordato ieri mattina, insieme ai caduti), e poi dell’Argiuna. Questa sua aspirazione verso l’alto l’ha portato a scalare in solitaria in giro per il mondo dal Perù all’India, dal Pakistan al Sudamerica. «Per mio padre la montagna era un grande amore – racconta il figlio Mario -, anche quando la sua condizione di salute è peggiorata, ha cercato di salire a Campogrosso». Lascia i figli Mario e Maria Teresa, i nipoti Andrea, Elisa e Fabio e gli amatissimi pronipotini. I funerali saranno celebrati domani alle 15 nella chiesa di San Pietro a Montecchio. • © RIPRODUZIONE RISERVATA