Dottoressa guida
team europeo
contro i tumori

La dottoressa Antonella Brunello
La dottoressa Antonella Brunello
Alessandro Comin11.03.2018

Dice di essere un po' pigra, ma quando parla del suo lavoro sprizza energia da tutti i pori. La scelta di mettere l'oncologa bassanese Antonella Brunello a capo di una task force europea di ricerca contro il cancro appare azzeccata: sicuramente non darà tregua alla malattia.

 

Dottoressa, dallo Iov di Padova a Bruxelles...

Alt. Preciso subito che non mi trasferirò lì. Il mio lavoro quotidiano continua a Padova. Molti hanno equivocato e mi hanno chiamato per salutarmi.

 

Invece?

Invece sono stata eletta coordinatrice di un gruppo di ricercatori chiamato Eortic, che semplicemente ha il quartier generale a Bruxelles. Studierà i tumori negli anziani e raggruppa ricercatori di molte nazioni. In Belgio ci andrò, ma ogni tanto.

 

Come mai questa nomina?

Quello dei tumori dell'età avanzata è uno dei rami in cui sono specializzata. È un problema importante, che forse in Italia non si comprende ancora del tutto, ma che all'estero chiamano "Silver tsunami".

 

Tsunami d'argento.

L'aspettativa di vita continua a crescere ed entro pochi anni il 70 per cento delle diagnosi di tumore riguarderà pazienti di età superiore ai 70 anni.

 

Questo è dovuto all'aumento dell'età media o a un fattore di accumulo nel tempo di cause scatenanti, come per esempio l'inquinamento e un'alimentazione figlia del benessere e sempre meno sana?

Nessuno si spaventi, ma tutti noi produciamo praticamente ogni giorno cellule potenzialmente tumorali, solo che il nostro sistema di difesa riesce a fare barriera. Ma l'incidenza delle mutazioni aumenta con l'età. Fattori ambientali e stili di vita influiscono notevolmente. Siamo molto più sedentari e l'assenza di attività fisica è un elemento di rischio conclamato, così come la "corruzione" di quella che una volta era la sana dieta mediterranea che tra l'altro ci ha assicurato longevità. Il sovrappeso è ormai pericoloso anche sul fronte oncologico, non soltanto su quello cardiovascolare.

 

Come si articola la sua attività di studiosa? Prevale su quella di medico?

Sono, come il resto della mia equipe, prevalentemente un ricercatore chimico. Non immaginateci dunque in un laboratorio con le provette: ci occupiamo di comprendere gli effetti dei farmaci, attraverso studi sperimentali e studi "confermativi" che devono valutare l'attività, l'efficacia e l'eventuale tossicità dei nuovi preparati. Per questo bisogna anche rapportarsi molto con i pazienti. E saper fare sintesi delle varie reazioni, perché ognuno di noi ha un organismo diverso. Una precisazione importante: a questo progetto europeo lavoriamo tutti gratis.

 

Nessuna ricompensa?

Certo: la passione e la soddisfazione personale. Sovvenzioni? Le case farmaceutiche collaborano fornendo i prodotti. Noi ovviamente cerchiamo finanziamenti, ma per l'attività. Sono particolarmente orgogliosa di averne ottenuto uno, di recente, dal Ministero della Sanità, per un lavoro sul sarcoma avanzato negli anziani.

 

Si sente investita di una responsabilità particolare?

Sento lo stimolo e l'entusiasmo della ricerca. In tutto siamo una trentina, tra oncologi, ricercatori e infermieri. Il fatto che sia stata eletta una donna, e italiana, ha sorpreso più di qualcuno. Un collega mi ha fatto le congratulazioni "vista la giovane età", ma io vorrei dire chiaramente che non mi sento affatto giovane, visto che sto per compiere quarant'anni. Solo in Italia si può pensare questo nel mondo del lavoro e della medicina. Ora che ci penso, ho la stessa età del Servizio sanitario nazionale.

 

Nonostante questo, non è fuggita all'estero: un "cervello" in controtendenza.

Confesso che in passato ho avuto questa tentazione. A furia di collezionare contratti a tempo determinato dopo la specializzazione, mi ero anche iscritta all'Ordine dei medici inglese. Tra l'altro ho trascorso sette mesi a Tampa, in Florida, in un centro pionieristico per lo studio dei tumori geriatrici. Quando mi hanno cercato dall'estero per offrirmi un lavoro era il 2009 ed ero ancora precaria allo Iov. Ma la mia primaria ha esaminato il mio curriculum e mi ha detto che servivo qui. E sono felice di essere rimasta.

 

Com'è nata in lei la vocazione?

A dir la verità non sono cresciuta con un chiodo fisso, mi piacevano tutte le materie scientifiche. All'università ho sostenuto e superato anche il test per Ingegneria. Ma quello per Medicina era più difficile e quando l'ho passato mi sono detta: è un segno del destino. E infatti mi sono appassionata.

 

Lo rimane anche in questi tempi di ristrettezze per il sistema sanitario italiano?

Innegabile che in giro ci sia un po' di demotivazione. Ma la situazione in Veneto è ancora eccellente. E io mi sento gratificata da quello che faccio.

 

Come ci si rapporta con una malattia che crea tanta paura e tanti drammi?

Intanto è una sfida: di anno in anno si possono compiere importanti passi avanti. Faccio un esempio: fino al Duemila per certi tumori all'intestino la sopravvivenza era di pochi mesi, ma proprio quell'anno è stato scoperto un farmaco che ha dato una prospettiva di vita di cinque-dieci anni.

 

Il rapporto con i pazienti però mette duramente alla prova.

Non c'è dubbio. Si lavora sempre con la sofferenza. Bisogna concentrarsi sulla possibilità di alleviarla. E ogni giorno si può tornare a casa pensando di avere attraversato esperienze strazianti ma anche lezioni di vita, quella vita che sa regalare momenti di cui bisogna essere grati. Non capita a molti.

 

Uno di questi momenti?

Di recente una mia paziente guarita dal tumore al seno è venuta a trovarmi per annunciarmi che è incinta.

 

Come può migliorare l'approccio generale a questa malattia che viene spesso considerata un tabù?

Bisogna superare certi retaggi culturali. Quando mi capita di leggere o sentire "male incurabile" vado in bestia. Suona come "nessuno si è speso per curarti" e "non si può fare nulla": invece è proprio il contrario, e questo messaggio deve passare. Inoltre è sempre più fondamentale la collaborazione tra ospedale e territorio, inteso come sede di ulteriori terapie ma anche come rete protettiva e di sostegno puntuale al paziente.

 

A Bassano in questo senso è lodevole l'attività dei volontari.

So che ci sono associazioni meritorie come la San Bassiano e Mai soli. Il loro contributo è importantissimo, sono autentici amici dei pazienti e direi anche "navigatori", perché li aiutano a orientarsi nei vari servizi. Il che, soprattutto per gli anziani, è preziosissimo.

 

Lei ormai vive a Padova, ma mantiene stretti rapporti con la sua città d'origine.

Ho spostato la residenza da pochi anni, perché ho dovuto, dopo aver cercato di resistere per sano campanilismo. È davvero bella una città dove tutto è a portata di bicicletta. D'altronde ho qui i miei più cari amici, mia sorella e i miei genitori, che sono conosciutissimi perché sono i titolari della trattoria "Al Caneseo".

 

Immancabile una domanda sul Ponte.

D'accordo, oggi è straziato, ma da lì si può sempre dare un'occhiata ai monti e il cuore si allarga automaticamente.

 

Conosce il sindaco?

Riccardo Poletto è stato mio catechista.

 

I bassanesi?

Tra tanta bravissima gente, qualcuno che bazzica il centro mi sembra più interessato ad apparire, ma è una sensazione, potrei sbagliarmi. E mi preoccupano un po' le orde di ragazzini con gli spritz. Anche perché questa è una città molto attiva e desiderosa di cambiamenti, che organizza un sacco di attività per le famiglie e per i giovani: prima di annoiarsi ce ne vuole.

 

Lei non si annoia di certo, ma il suo lavoro le lascia un po' di tempo libero?

È necessario saper staccare. Quindi ascolto musica e appena posso faccio un viaggio. Ne alterno uno a corto raggio a uno lontano: L'ultimo in Quebec. Il prossimo in Mongolia. Ma prima, a fine aprile, parteciperò alla maratona di Londra.

 

È anche maratoneta?

Sono attenta nell'alimentazione ma pigra nell'attività fisica. Così ho iniziato a correre perché coinvolta dall'entusiasmo di una onlus e allora mi sono data quest'obiettivo. Ho già corso la mezza maratona di Cittadella e non è andata male.