«Non abbandoneremo l’Altopiano ferito»

Una delle località sciistiche più rinomate dell’Altopiano circondata dalla devastazione
Una delle località sciistiche più rinomate dell’Altopiano circondata dalla devastazione
Antonio Gregolin 18.01.2019

Montagne spogliate e turismo. Binomio su cui si fanno i primi bilanci stagionali, dopo il disastro del vento, con gli ottimisti che vorrebbero tornasse tutto come prima. Gli operatori dell’Altopiano ci stanno provando, aiutati da gradi prove di solidarietà. I tempi della natura però non sono gli stessi degli uomini: lo si evince dal forte contrasto che c’è tra le piste imbiancate artificialmente (altro segnale dei cambiamenti climatici in atto) e i boschi falcidiati dal vento che fino a qualche mese fa facevano da contorno. L’impatto è forte. Chi sceglie di tornare nei luoghi dello sport invernale non esita a dire: «Vedere le immagini in televisione è una cosa. Vederle dal vero è davvero impressionante!». Impressione condivisa dalle migliaia di turisti che nelle ultime settimane sono tornate sull’Altopiano, per sport ma anche curiosità. Un ritorno turistico affatto scontato, oggetto di preoccupazioni all’inizio della stagione. Decisivo l’effetto “mediatico”, come conferma Emanuele Munari, sindaco di Gallio e presidente della Spettabile reggenza dei Sette Comuni: «La diffusione delle notizie e delle immagini sta portando un implemento indotto dal “turismo di curiosità” nelle nostre zone colpite, che nella sventura sta diventando un beneficio economico e psicologico per le nostre popolazioni. Il che non significa guadagnare sulla sventura, semmai ripartire da questa per migliorarci. Ad oggi i dati giunti da alberghi e stazioni sciistiche sono confortanti. Non sono state registrate cancellazioni, anzi molti turisti sono tornati spinti proprio dalla volontà di sostenerci». Ostenta ottimismo Munari, che poi rilancia un patto con la natura stessa: «Quanto accaduto al nostro territorio è senza precedenti, ma dobbiamo e vogliamo ripartire dall’ambiente che per noi è essenziale, migliorando gli interventi. Parlo dei rimboschimenti e del recupero del legname a terra. È sotto gli occhi di tutti che quel tipo di selvicoltura modello industriale a monospecie, abete in primis, non è più sostenibile. È un errore indotto da fattori storico-economici che abbiamo ereditato dal passato, che dobbiamo assolutamente evitare di ripetere. Oggi conta far tesoro dell’esperienza che stiamo vivendo. Mi piace pensare che tutto tornerà anche meglio di prima, ovviamente con i tempi della natura che non sono i nostri e non rispetta le regole degli uomini». Fa male vedere l’immagine iconografica della baita Le Melette con i vacanzieri sul terrazzo assolato con tanto di brulé in mano, come da tradizione, con sullo sfondo quella che era una cima ammantata di abeti svettanti, oggi completamente pelata. «È desolante - spiega Emanuela, che arriva da Milano - arrivare fin quassù, come facciamo noi da un decennio, e vedere che è stato cancellato proprio quello che eravamo abituati a contemplare da sempre: il bosco. Ti assale un senso di angoscia che ti lascia senza parole. Ma poi ti dici: bisogna andare avanti e aiutare chi deve ripartire. Ecco perché siamo tornati». Altre valli e altra devastazione fino a giungere sul Vezzena, confine tra Veneto e Trentino, dove la pista da sci è stata riaperta puntualmente dopo averla ripulita dagli alberi caduti, e a detta degli stessi operatori turistici non si è registrata alcuna flessione di presenze. Neve artificiale, impianto di risalita funzionante e un tappeto di “stronchi” a bordo pista. È il nuovo paesaggio. Gli sciatori sembrano parte di un quadro immacolato cui è stata tolta la cornice naturale: «Vedere la pista senza alberi fa un certo effetto – dice Rosanna di Cremona, a Folgaria con la famiglia -, ma questi sono paesaggi a noi familiari. E cosa fai quando un tuo caro sta male? Lo vai a trovare». I milanesi Marco e Carla, sci ai piedi a bordo pista prima della risalita, da tredici anni qui per le vacanze invernali, ammoniscono: «È l’uomo che sta causando tutto questo. Siamo figli che maltrattano la loro stessa madre». Certo è che le montagne sfregiate e le foreste divelte, oltre che motivo di “curiosità” e fatto già storico, sono un pungente interrogativo sul nostro fragile futuro. • © RIPRODUZIONE RISERVATA