Tre trasformatori “ostaggi” del ponte Morandi

Ivano Tolettini 11.01.2019

La tragedia del Ponte Morandi dopo sei mesi centrifuga pesanti conseguenze non solo per la città di Genova, ma anche per una parte del tessuto produttivo del Paese che dipende dai trasporti eccezionali. Avvenuta alla vigilia di Ferragosto, con il suo insopportabile bilancio di 43 vittime e 500 sfollati, di fatto blocca le consegne su ruota tramite la rete autostradale. La dimostrazione empirica è che la Sea di Tezze di Arzignano non riesce a consegnare alla Acea di Roma tre giganteschi trasformatori del peso di 90 tonnellate ciascuno, e che la Capitale sta aspettando come la manna. La ragione? Perché dal 14 agosto sono decaduti i permessi per i trasporti di queste dimensioni. Così l’azienda della famiglia Ermilani-Sartori è costretta a tenere in magazzino tre macchine del valore ciascuna di oltre 700 mila euro, frutto della ricerca avanzata di ingegneri e periti di Sea, nonostante siano state collaudate ancora a luglio. E per l’azienda questo ha costi notevoli. «È obiettivamente una situazione difficile che speriamo si sblocchi al più presto», spiegano Lucilla e Nicola Sartori, gli amministratori delegati della società di via Leonardo da Vinci, che ha uno stabilimento anche a Montecchio Maggiore, e che è uno dei fiori all’occhiello dell’industria vicentina per il contenuto tecnologico di queste macchine. «Speriamo che possiamo superare l’emergenza per la consegna dei trasformatori grazie al lavoro svolto in sinergia tra l’Associazione industriali e il ministero delle infrastrutture e dei trasporti», aggiungono nel quartiere generale della Sea, dove Angelo Sartori e la moglie Giovanna Armilani assicurano ancora il loro apporto di esperienza. Per non parlare della figura inossidabile di Maria Ermilani, 93 anni, la fondatrice e presidente di Sea, che grazie poi al ruolo del genero Angelo è diventata con quasi 60 milioni di fatturato una delle principali aziende italiane del settore. Da mesi si vive con palpabile disagio a Tezze di Arzignano, nella stanza dei bottoni di Sea, l’impossibilità di consegnare i tre trasformatori, venduti ma non ancora fatturati, di cui Roma ha bisogno. «Se il dramma nazionale del crollo del ponte Morandi - sottolineano i fratelli Sartori - ha avuto ripercussioni immediate e terribili per i congiunti delle vittime e poi per Genova che convive con l’emergenza, non c’è dubbio che ne abbia risentito anche la produttività di parte del sistema Italia per la gravità del problema». Il collasso del ponte ha spinto per ragioni di sicurezza collettiva il ministro Danilo Toninelli a far decadere tutti i permessi per i trasporti eccezionali sulla rete autostradale al di sopra delle 90 tonnellate, mettendo in difficoltà il settore. Ci sono problemi di autorizzazioni e di verifiche strutturali dei ponti. Insomma, un quadro pesante che penalizza aziende del livello di Sea e, in questo caso, anche il cliente, la città di Roma. «Comprendiamo le cautele iniziali del ministro - osserva dall’alto della sua esperienza Angelo Sartori, 84 anni -, ma dobbiamo interrogarci sul fatto che se una grande nazione come l’Italia non è più in grado di assicurare i trasporti vuol dire che abbiamo problemi strutturali non indifferenti». • © RIPRODUZIONE RISERVATA