Pavanello (Anci): «Piccole realtà in difficoltà ma è importante aver rispettato il volere della gente»

Alessandro Comin 18.12.2018

Erano 119, potevano ridursi a 111, alla fine resteranno in 114. La tornata elettorale per le fusioni tra Comuni consegna al Vicentino due successi pieni (LusianaConco e Colceresa), uno sostanziale (Valbrenta), due flop (Colbregonza e Pieve dei Berici, bocciate dagli elettori). Altopiano, Marosticense e Bassanese, dunque, più desiderosi di unire i municipi rispetto al resto della provincia. Chiuppano, Castegnero e Nanto fanno saltare l’abbraccio rispettivamente con Carrè e Longare, Solagna si sfila dalla “Santa alleanza” della Valsugana, ma a ben guardare a Conco solo le frazioni salvano le nozze con Lusiana, perché il capoluogo ha votato contro. Nel resto del Veneto, Crespano e Paderno si uniscono i Pieve del grappa e Mel, Lentiai e Trichiana danno vita a Valbelluna. Non s’hanno da fare, invece, i matrimoni di Terre Conselvane (Cartura, Conselve e Terassa Padovana) e Fortezza d’Adige (Castelbaldo e Masi) nel Padovano e Frassinelle Polesella (Frassinelle Polesine e Polesella) nel Rodigino. TEST. Un successo o un fallimento della riorganizzazione territoriale? Sicuramente la Valbrenta, il test più importante, è stato superato in scioltezza seppure non a pieni voti. Ma è innegabile che, in tempi in cui l’autonomia è un tema forte, le spinte indipendentiste a tutti i livelli restino potentissime anche e soprattutto nelle piccole realtà, timorose di farsi “fagocitare” dalla cittadina capofila. E di questo la Regione terrà conto. COSA SUCCEDE. Ora spetta infatti al Consiglio regionale deliberare, entro due mesi, sulla formazione dei nuovi Comuni. Poi le vecchie realtà verranno commissariate e si andrà alle amministrative del maggio 2019. Essendo i referendum a carattere consultivo, in teoria Palazzo Ferro Fini potrebbe ordinare fusioni anche laddove le urne non le hanno sancite. La legge lo consentirebbe, perché prevede che le determinazioni finali debbano tener conto «del voto singolo e complessivo» e in ogni comprensorio il totale dei sì è superiore a quello dei no. Ma nessuno, a Venezia, è intenzionato a fare questo passo impopolare: nella stessa Lega, che pure nella grande maggioranza dei casi auspicava il cambiamento, le anime sono diverse. E i vari sindaci, vittoriosi o sconfitti, ripetono un mantra: il volere del popolo è sovrano. ANCI. Sulla stessa linea l’Anci Veneto, la cui presidente, Maria Rosa Pavanello, da un lato plaude alle fusioni («Uno strumento per poter amministrare in modo più efficace il territorio»), dall’altro sottolinea che «quello che conta di più è aver scritto una pagina di democrazia e partecipazione dei cittadini al futuro del territorio, qualunque sia l’esito della consultazione che va rispettato e compreso». L’Anci non può però fare a meno di notare che «molti Comuni di piccola e media grandezza sono oggi in difficoltà perché hanno scarse risorse di bilancio ma anche di personale e in questo modo l’amministrazione diventa la gestione dell’ordinario con la difficoltà a investire secondo una visione di lungo periodo». I NODI. La situazione più paradossale si annuncia proprio quella di Solagna: aveva già delegato molti servizi all’Unione montana del Grappa che già un po’ funzionava da “superComune”. Ora dovrà rimettere mano a questa impostazione ma sempre nel rispetto dell’obbligo, per i Comuni con meno di 3mila abitanti, dell’esercizio associato di funzioni con altre realtà. Come possibile socia in zona le resta Pove del Grappa (e forse Romano d’Ezzelino), anche perché nel frattempo la nuova Valbrenta potrebbe uscire dall’Unione, visto che grazie alla fusione avrà più di tremila residenti. Ma per ora sono questioni ancora lontane: la polemica del giorno è intorno alle richieste di dimissioni dei sindaci sconfitti. Anche e non solo a Solagna, dunque, il referendum è stato l’occasione di regolare pure qualche conto politico. • © RIPRODUZIONE RISERVATA