Pfas nel sangue: non è solo l’acqua C’entra l’ambiente

Piero Erle 12.07.2018

Non c’entra solo l’acqua potabile, purtroppo. Ancora una volta l’area “Sanità” della Regione conclude il suo nuovo rapporto sul “Piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta a Pfas”, diffuso ieri da palazzo Balbi, con un’osservazione che ha già ripetuto. E cioè che anche se esiste una grande “area rossa” dov’è maggiore l’inquinamento da Pfas, ed è quella servita da acquedotti che utilizzavano l’acqua di pozzi inquinati da Pfas (ma ora come noto è trattata con i filtri che li abbassano verso il livello zero), c’è una differenza di situazione per chi vive in area rossa “A”, cioè quella dove è inquinata anche la falda d’acqua che scorre nel sottosuolo. Sono i Comuni di Alonte, Asigliano, Brendola, Cologna V., Lonigo, Montagnana, Noventa Vic., Pojana, Pressana, Roveredo di Guà, Sarego, Zimella e Orgiano. Nei residenti di quelle zone «si presentano concentrazioni sieriche di Pfoa, Pfos e Pfhxs significativamente più elevate rispetto ai residenti dell’Area rossa B», cioè quelli che bevevano l’acqua inquinata ma non hanno sotto i loro piedi terra e falda inquinate. Conclusione: «Questo riscontro suggerisce che, a parità di contaminazione dell’acqua potabile distribuita dall’acquedotto, anche la contaminazione dell’ambiente (maggiore nell’Area Rossa A rispetto alla B) abbia avuto un ruolo nel determinare il carico corporeo di Pfas». Anche l’ambiente dunque pesa nell’accumulo di Pfas che c’è nel sangue di chi vive in area inquinata. Meno per le donne, però: grazie alle mestruazioni si liberano di più Pfas. LE CONFERME. Ci sono almeno altri due elementi, nel report, che colpiscono. Il primo è che per i tre tipi di Pfas che più emergono nelle analisi fatte finora a 17.605 persone coinvolte nel “Piano di sorveglianza” - e cioè Pfos, Pfoa, Pfhxs - la concentrazione nel sangue aumenta in maniera lineare con il numero di anni che una persona ha vissuto nell’area inquinata. Il secondo elemento è che i sanitari della Regione hanno approfondito alcuni studi, ed è emerso che la concentrazione di Pfas nel sangue è più alta per chi non solo vive nell’area rossa “A” (dove cioè è inquinata anche la falda) ma dice anche di coltivare l’orto e mangiarne i prodotti dopo averli irrigati con acqua di pozzo privato. Va anche notato che, come nelle precedenti rilevazioni, i dati diffusi dalla Regione confermano che purtroppo le concentrazioni maggiori di Pfoa, Pfos e degli altri due Pfas hanno i picchi maggiori negli allevatori-agricoltori dell’ex Ulss 5: quella più inquinata. LE CONSEGUENZE SULLA SALUTE. Il report fa il punto sulla situazione generale della salute per chi abita nell’area inquinata ed è stato sottoposto al biomonitoraggio massiccio avviato dalla Regione («con tecnici e sanitari portiamo avanti un progetto straordinario doveroso, immenso per la salute pubblica, che costa fatica e denaro» sottolinea l’assessore Luca Coletto). I nuovi dati dicono che finora sono state coinvolte 17.605 persone nate dal 1975 fino al 2002: i risultati sulle analisi del sangue e un questionario sugli stili di vita sono noti per 13.856 di questi, e non sono finora emerse situazioni particolari di popolazione che fuma o che è sovrappeso. Ebbene di queste persone esaminate è emerso che nei loro indicatori bio-umorali l’indice che va peggio è il colesterolo: il 23% delle persone è fuori norma per il colesterolo totale (e sale con l’avanzare dell’età), il 10% per la filtrazione glomerulare, il 9% per i tigliceridi e l’8% per l’albuminuria. Il colesterolo, tra l’altro, pare aumentare in maniera proporzionale alla presenza di Pfos nel sangue, mentre per il Pfoa va in alto solo quando ci sono grandi concentrazioni. Attenzione: su questi risultati sanitari, va sottolineato, non emergono finora differenze significativa tra residenti in area rossa “A” o “B”. La Regione, in base ai dati, ha “preso in carico” 7.716 persone invitandole a visite mediche (750 visite già fatte) e cardiologiche (1.079 visite già fatte). Insomma, il piano per capire se chi ha Pfas nel sangue sviluppa malattie croniche degenerative continua. E si allarga. • © RIPRODUZIONE RISERVATA