«Curve chiuse per i delinquenti e fair play fin dalle scuole calcio»

Dopo il caso Koulibaly, Ancelotti e  Napoli si sono detti pronti a fermare le partite in caso di ululati razzisti
Dopo il caso Koulibaly, Ancelotti e Napoli si sono detti pronti a fermare le partite in caso di ululati razzisti
Paolo Mutterle 15.01.2019

Paolo Mutterle INVIATO A REGGIO EMILIA Se il calcio fosse solo un gioco, il capo della polizia e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio non parteciperebbero a un convegno sulla sicurezza sugli stadi nel giorno del rientro in Italia del latitante numero uno. Ma piaccia o non piaccia, oltre che lo sport più popolare, il pallone è un fenomeno sociale che ha portato in prima fila al Mapei Stadium Franco Gabrielli e Giancarlo Giorgetti all’incontro su “Calcio e ordine pubblico”, organizzato da Sassuolo, questura di Reggio Emilia e Figc, con la regia dell’avvocato vicentino Andrea Fabris, segretario generale del club emiliano. «Quello di Reggio è un modello esemplare, anche per la sua ubicazione strategica» ha dichiarato Gabrielli a proposito dello stadio “Città del Tricolore”, di proprietà della Mapei e utilizzato per le partite interne da Sassuolo, Reggio Audace (serie D) e Atalanta (in Europa League). Stadi nuovi e più confortevoli rendono più facile anche la gestione dell’ordine pubblico. «L’Italia - ha proseguito il capo della polizia - è quel Paese che a inizio campionato si accorge di non avere strutture a norma, che poi come per magia diventano adeguate per motivi di ordine e di sicurezza pubblica. Ma questa, scusatemi, è una bestialità». Sollecitato sulle dichiarazioni dell’allenatore del Napoli Carlo Ancelotti, che si era detto pronto a fermare le partite in caso di ululati razzisti sugli spalti dopo quanto avvenuto il 26 dicembre al difensore partenopeo Kalidou Koulibaly, il prefetto Gabrielli ha replicato che la decisione finale sulla sospensione o l’interruzione di una partita spetta a chi è responsabile dell’ordine pubblico. «Ho un profondo rispetto di Ancelotti e ognuno è libero di assumere le iniziative che intende, nel rispetto della legge. Ma ogni azione ha una conseguenza. Sospendere una gara comporta valutazioni che vanno al di là dell’aspetto sportivo. Non voglio svilire il ruolo di un arbitro, a cui competono decisioni di natura calcistica, ma interrompere una partita può causare conseguenze di gestione, riguardo ad esempio al deflusso di migliaia di persone. Questioni che devono essere valutate da chi ha un occhio a 360 gradi sull’evento». Sulla stessa linea anche Giorgetti, che nel governo gialloverde ha la delega allo sport. «Umanamente capisco Ancelotti, ma fermare una partita vuol dire gestire 50-60mila persone che devono uscire ordinatamente dallo stadio. La dimensione dell’ordine pubblico deve essere valutata e disciplinata dagli operatori». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, nel suo intervento, ha aggiunto che «l’eventuale chiusura degli stadi è una sconfitta dello Stato, ma anche la giustizia sportiva deve fare la sua parte agendo preventivamente e favorendo comportamenti idonei e di fair play da parte di calciatori e tesserati. I cancelli vanno chiusi per quei delinquenti che usano lo stadio per attività illecite. Vorrei che chi va allo stadio fosse prima di tutto uno sportivo praticante, come avviene nel rugby o nella pallavolo. Il fair play deve essere insegnato nelle scuole calcio e le regole vanno date fin da piccoli, allontanando gli allenatori che predicano la violenza. Il mondo dello sport va bonificato dai campetti di periferia». Più che nuove norme, l’idea degli addetti ai lavori è che serva soprattutto un cambiamento culturale. Il pugno di ferro di Margaret Thatcher per fermare il fenomeno hooligans in Inghilterra evoca tempi brutti per il calcio. «I tifosi non vanno trattati come animali - ha spiegato Kenny Scott, responsabile sicurezza dell’Uefa - ma va creato una bella atmosfera negli stadi per attirare famiglie e nuovi spettatori, vietando l’ingresso a quella minoranza di criminali capace di influenzare anche altri supporter e di indirizzarli verso comportamenti antisociali. Serve un approccio integrato con tutte le componenti interessate, trovando l’equilibrio tra safety, security e servizi». Per Diego Parente, vice dirigente Ucigos e ex dirigente della Digos di Roma, « la tendenza in corso è di portare gli scontri tra tifoserie lontano dagli impianti sportivi, mutuando altri modelli europei. C’è poi una forte componente di opposizione alle istituzioni. Un segnale di maturità sarebbe quello di considerare gli slogan contro la polizia alla pari dei buu razzisti e dei cori discriminatori. Non possono passare per scontati, e devono essere condannati». «Manca ancora il concetto di partecipazione da parte delle società - ha lamentato Daniela Stradiotto, responsabile dell’Osservatorio per le manifestazioni sportive del Viminale -. I costi per la sicurezza vengono visti come un onere pesante». Non è così al Sassuolo, dove la proprietà ha investito molto sulla tecnologia con sistemi di ripresa da 20 milioni di pixel e 30 frame al secondo. I tornelli hanno sono dotati di riconoscimento facciale e permettono di tracciare i movimenti di ogni spettatore all’interno dello stadio. «Ma questo non viene ancora fatto per ragioni di privacy» assicura l’avv. Fabris. •