«Carissima Mascia una vita da capitana Un esempio per noi»

Giorgia Sottana e Raffaella Masciadri in una foto scattata a bordo della fregata Maestrale. MASON
Giorgia Sottana e Raffaella Masciadri in una foto scattata a bordo della fregata Maestrale. MASON
19.11.2018

Ciao Mascia, dal primo momento in cui mi hai detto che quello di novembre sarebbe stato il tuo ultimo atto in Nazionale, ho pensato alle mille parole che avrei voluto dirti. Tutte quelle cose che mi piacerebbe sapessi, prima di lasciarti andare. Ci son state sere in cui per ore non riuscivo ad addormentarmi, cercando d’immaginare il modo migliore per scriverti questa lettera. Alla fine, ogni idea che avevo in testa ha semplicemente lasciato posto al cuore, e so che quando è lui a parlare è la cosa migliore. Sono in Nazionale maggiore dal 2007, e di questi 11 anni, 7 li ho passati a condividere la mia stanza nei raduni con te. Oltre ad essere state compagne di squadra, siamo state anche due persone che hanno condiviso momenti di vita quotidiana, notti insonni post-partita, la stanchezza morale e fisica, e tantissime gioie. Ti conosco intimamente. So come respiri la notte, so come ti prepari il borsone, so come prendi il caffè. In pochi sanno che al mattino ti soffi il naso talmente forte che quel boato è diventato la mia sveglia mattutina. Mi permetto di scriverti queste parole perché so che abbiamo condiviso qualcosa di più della sola passione per questo sport. Ho avuto la fortuna di gioire con te per i tanti Scudetti vinti, le Coppe Italia, le qualificazioni a svariati europei. Ci siamo confrontate su tante cose, ci siamo confidate pensieri importanti sulla vita, mi hai visto, e ti ho vista, affrontare momenti difficili; ci siamo viste piangere, ti ho sentita fare a pugni contro te stessa senza però farlo pesare a chi ti stava accanto. Conosco una parte di te che non si legge sui giornali, e non si trova su Wikipedia nella sezione dei tuoi mille trofei vinti. Vorrei riuscire a restituirti tutto quello che mi hai dato tu, quell’infinità di energie e amore che hai messo dentro a questo sport. A volte ho pensato che avresti meritato di più: hai vissuto per anni con il peso dell’essere costantemente paragonata a qualcun altro, senza che comprendessero realmente l’unicità della giocatrice che sei stata. Nonostante ciò posso contare sulle dita della mano le colleghe che ho visto lavorare tanto quanto lavoravi tu. Un sacco di volte mi è capitato di chiedermi “Ma come fa?” quando vedevo sbatterti senza mai mollare di un centimetro, spesso ricevendo meno di quello che davi. Onestamente non so dove hai costantemente trovato la benzina per dare sempre il massimo. Devo chiederti scusa. Scusa perché negli ultimi anni più di qualche volta mi sono chiesta quando cavolo avresti mollato, e ora che è arrivato quel momento vorrei non lasciarti andare. Ora che pian piano mi sto avvicinando anch’io a quel giorno, capisco quanto sia difficile questa decisione e lo stato d’animo che si può provare. Ti ammiravo giocare con la maglia della Comense quando sparavi bombe a raffica da dietro i blocchi. Ti guardavo e sognavo un giorno di diventare brava per poterti giocare accanto. Mi risento bambina adesso, mi risento piena di sogni, e questo anche grazie a te. Cara Mascia, non ti ho mai detto queste parole forse perchè fin quando non arriva questo momento, uno non ci pensa. Ma ora ti voglio ringraziare di cuore perché per me sei stata un esempio. Un esempio di lavoro e dedizione, come pochi, davvero pochi, ne ho avuti nella mia carriera. Non so chi vestirà il numero 11 dopo di te. Non so chi avrà il coraggio di portare quella maglia che peserà almeno quanto te, ma chiunque la metterà dovrà sapere cosa significhi per la pallacanestro italiana. È vero che il tempo va veloce, ci sono le nuove generazioni, ed è giusto che le responsabilità passino ad altri, ma spero che verrò perdonata nel pensare che quel numero, per me, apparterrà sempre e solo a te. A questo punto dovrei concludere, salutare, e lasciarti andare. Ma non è facile. C’è una cosa che non scorderò mai. Europei dell’anno scorso, partita con l’Ungheria nella quale sbaglio due liberi importantissimi rischiando di mettere nei guai la squadra. Ho una foto dell’istante in cui mi abbracci forte. È la foto che ho scelto di mettere qua in alto. In quel momento mi dici delle parole all’orecchio che sappiamo, e sapremo sempre solo, io e te. Quelle parole dipingono perfettamente ciò che hai rappresentato per me. Dicono che l’essenziale sia invisibile agli occhi. E tante cose che hai fatto, e detto, durante la tua carriera, resteranno sempre invisibili agli occhi di molti. Come quelle parole che mi hai detto e che sono state ossigeno puro per me. Sono questi gesti che differenziano un campione da un grande giocatore. Gesti nascosti, che nessuno vede, ma che pesano più di un canestro o di una vittoria. Gesti che in pochi possono permettersi, perché pochi sono in grado di fare. Grazie per ogni singolo momento vissuto insieme. Grazie per la tua passione, per l’amicizia che mi hai dato e che continuerai a darmi. Se al termine della mia carriera sarò riuscita ad essere d’esempio per una bambina che sogna con la palla da basket in mano, avrò raggiunto il mio scopo, e potrò lasciare sapendo di aver fatto le cose nel modo giusto. Come hai fatto tu. A presto, Capitano!