«Dentro il Novecento restando sulla nave»

Eugenio Allegri, 62 anni, attore di teatro e cinema
Eugenio Allegri, 62 anni, attore di teatro e cinema
Laura Guarducci 24.08.2018

Laura Guarducci VICENZA «Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla». Singolare è la storia di Novecento, il personaggio nato dalla penna di Alessandro Baricco: un geniale pianista jazz che, negli anni fra le due guerre mondiali, trascorre tutta la vita a bordo della nave Virginian, dove era stato abbandonato da neonato, cogliendo l’anima del mondo attraverso i racconti dei passeggeri tra Europa ed America. Il monologo-cult “Novecento” con Eugenio Allegri, per la regia di Gabriele Vacis, su testo di Baricco, scritto appositamente per Allegri: 25 anni dal debutto e più di 500 repliche alle spalle, eccol in scena oggi alle 21.15 al Chiostro di San Pietro (in caso di maltempo al teatro Astra) per “Be Popular- piccolo festival di teatro popolare” organizzato da Stivalaccio Teatro. Lo spettacolo sarà il 30 agosto alla Print Room at the Coronet di Londra per l’ Italian Theatre Festival. Allegri, come è cominciata l’avventura di “Novecento”? Nel 1993, non avevo ancora affrontato il monologo, mentre altri colleghi del “Laboratorio Teatro Settimo”, come Marco Paolini, Laura Curino e Lucilla Giagnoni avevano già cominciato a farne. Mi sono rivolto, quindi, a Gabriele Vacis. Conoscevo Alessandro Baricco, mi aveva colpito il suo “Oceano Mare” e abbiamo pensato di chiedere a lui. Nel luglio di quell’anno, a Villa Pisani a Stra, stavamo aspettando che spiovesse per debuttare con “Villeggiatura” di Carlo Goldoni, Baricco mi si è avvicinato e mi ha raccontato l’idea che aveva avuto. “Novecento” è iniziato così, sotto la pioggia di un pomeriggio d’estate. Lo spettacolo è al 25° di repliche: qual è la sua forza? Credo sia stata un’idea vincente, nel valore esistenziale, nella riflessione sui limiti. Questo tema fa parte dell’umanità, è valido ad ogni latitudine ed epoca. A mio avviso, in questo, è un testo ancora fresco. Come ha influito sulla recitazione il fatto che sia stato scritto apposta per lei? Tutte le volte riparto da capo, sono cambiato e, di conseguenza, il personaggio. Il lavoro dell’attore, specie in un monologo, è quella scrittura parallela per cui si mette sul palcoscenico la propria storia che si nasconde tra le pieghe di un testo. Non avrei potuto affrontare Novecento, se, accanto alla leggenda, scritta da Baricco non avessi affiancato la mia storia personale. Novecento è rimasto sempre su quella nave. Cosa cambia quando si guarda il mondo con gli occhi propri? Il rischio è di corrompere la purezza con cui nasciamo. Bisogna capire quanto accettiamo il cambiamento, l’evoluzione, il compromesso e la scoperta di cose nuove. Se “si scende dalla nave”, si fa una scelta, ci si mette in gioco, è un atto di grandezza. Perché vale la pena scendere da quella scaletta e toccare la realtà con mano? Abbiamo bisogno di testimoniare con i nostri occhi la realtà vera. Dobbiamo recuperare lo sguardo e il contatto. La realtà virtuale o la pubblicità non sono mai la tridimensionalità dell’aria, dello spazio che occupiamo. Che messaggio dà questo testo ai giovani per il superamento dei limiti? Riflettere bene sulla propria vita, decidere cosa fare e non aver paura. Lo spettacolo è nel festival “Be Popular”. Che significato ha la cultura popolare? È qualcosa nel quale la gente si riconosce, una forma di “umanesimo” che serve a tenere accesa la fiamma della relazione con l’altro, in una società tecnologizzata. I personaggi di cui parla Novecento sono popolari: non si tirano indietro dal guardare in faccia gli altri, dando grande importanza all’amicizia. •