UN MOSAICO DI INVENZIONI

Ferruccio Laviani, di Cremona,  58 anni
Ferruccio Laviani, di Cremona, 58 anni
Cherubina Marte 12.10.2018

Plasmare un oggetto, uno spazio, una superficie è la sua specialità. Non c’è nessun limite in grado di bloccare l’estro dell’architetto Ferruccio Laviani che domani alle ore 16 sarà ospite alla Fondazione Bisazza, Viale Milano 56 a Montecchio Maggiore per un dialogo con il giornalista Aurelio Magistà. L’appuntamento si colloca nell’ambito del ciclo di incontri con i designer si svolgerà in concomitanza della Quattordicesima Giornata del Contemporaneo, manifestazione promossa da AMACI, l’associazione dei Musei dArte Contemporanea Italiana. Nato a Cremona nel 1960, si diploma nel 1978 all’Istituto professionale internazionale per l’artigianato liutario e del legno di Cremona. Frequenta la facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove segue i corsi di Achille Castiglioni e Marco Zanuso, laureandosi nel 1986. Parallelamente studia al Politecnico di Design di Milano dove consegue il diploma nel 1984. Nel 1983, inizia a lavorare nello Studio De Lucchi divenendone socio nel 1986 fino al 1991, anno in cui decide di aprire il proprio studio a Milano. Si occupa di design, interior design, art direction e grafica. Da anni direttore creativo di Kartell, Laviani collabora con i più importanti marchi di design, tra i quali Flos, De Padova, Foscarini, Moroso, Dada – Molteni & C., Cassina, per i quali ha ideato numerosi prodotti, inoltre progetta spazi commerciali, allestimenti, uffici e residenze, sia per clienti privati sia per brand di moda come Dolce e Gabbana. Nel 2016 ha firmato per Bisazza cinque ornamenti in mosaico caratterizzati da motivi classici rivisitati in chiave contemporanea. Dove ha preso l’ispirazione per i progetti dei mosaici? Era la prima volta che lavoravo con mosaici industriali e mi sono divertito a giocare con questo materiale, interpretandolo sia come un pixel ingrandito, sia come la tramatura di un tessuto. Ecco allora due collezioni: la prima composta dai decori Albert, George e William che si ispirano al tessuto scozzese tartan nelle tonalità accese del giallo, del blu, del verde. La trama di un filato infatti è molto simile alla griglia di un mosaico e per questo l’ho presa come base di partenza. Ho scomposto le varie linee che formano la struttura del disegno e le ho reinterpretate con le tessere di mosaico in modo da generare un pattern che mantenesse la vibrazione propria del materiale. La seconda serie che comprende André e Arzigogolo richiama invece le decorazioni Post-Déco anni Trenta di André Arbus e Gio Ponti con un grafismo quasi ipnotico in un sovrapporsi di linee e di curve sinuose. Sono entrambe texture intramontabili e trasversali, adatte ad arredare qualsiasi ambiente. Qual è la sua definizione di design? Deve essere funzionale o rispettare i canoni estetici del bello? Il design deve suscitare emozioni, deve far innamorare le persone, toccando corde nascoste che fanno scattare il desiderio di possedere quell’oggetto o di circondarsi di uno spazio armonico. Di sicuro deve avere una sua funzionalità, ma a mio avviso svolge un’azione essenziale il processo creativo che mira a realizzare qualcosa di unico e di inedito. Il designer non è un artista strambo, ma un professionista che conosce le tecnologie e interfacciandosi con i clienti riesce a raggiungere il miglior risultato possibile. Quali sono i progetti che la coinvolgono di più? Mi attraggono tutti i progetti nuovi che mi permettono di confrontarmi con materiali inusuali o con processi che ancora non conosco. Amo sperimentare e quando progetto sono sempre abbastanza istintivo, non ho un metodo standard. Un luogo, un viaggio, un oggetto, la copertina di un disco che mi affascina possono mostrarmi le cose da un altro punto di vista, facendo venire alla luce idee inaspettate. • © RIPRODUZIONE RISERVATA