SEGRETI A MATITA

Il disegno tracciato dal fiorentino Maso Finiguerra intorno al 1455
Il disegno tracciato dal fiorentino Maso Finiguerra intorno al 1455 (BATCH)
Guido Beltramini* 11.03.2018

* Nel museo degli Uffizi, c'è un bel disegno tracciato dall'artista fiorentino Maso Finiguerra intorno al 1455. Ha cinque secoli e mezzo, ma sembra una di quelle immagini che cogliamo noi oggi al volo col cellulare. E' chiaramente un disegno dal vivo e rappresenta un giovane garzone di bottega intento a disegnare su un quadernetto. Sotto, quasi un fumetto ante litteram, il suo collega Maso ha annotato una frase che il giovane ripeteva sempre: "Voglio essere uno buono disegnatore e deventare uno buono architettore". E' chiaramente uno scherzo fra lavoranti, ma ci restituisce in modo fresco e prezioso un sentire comune nelle botteghe degli artisti fiorentini di metà Quattrocento: quanto la pratica del disegno fosse percepita come lo strumento fondamentale per concepire, sviluppare e comunicare un'architettura. Non era necessariamente così nel Medioevo, dove spesso il costruire era legato a veri e propri segreti che i costruttori di cattedrali si tramandavano da una generazione all'altra. Ma negli anni in cui Brunelleschi sta costruendo la sua cupola, il disegno acquisisce un ruolo senza precedenti e la sua centralità viene teorizzata nel De Re Aedificatoria, il trattato cardine dell'architettura rinascimentale, scritto da Leon Battista Alberti. Disegnare serve a progettare, ma il disegno serve anche a indagare i segreti degli Antichi, misurando e ridisegnando i loro capolavori. Pensate che Vasari ricorda Donatello e Brunelleschi, all'inizio delle loro carriere, a Roma con le bisacce piene di ritagli di pergamene, su cui annotare le misure e le forme degli antichi edifici. Dato che questi ultimi nei secoli erano stati coperti da terra e detriti, i due amici scavavano di gran lena tanto che fra i romani si era sparsa la voce che cercassero ricchezze sepolte e venivano chiamati "quelli del tesoro". Il disegno di architettura non è semplicemente una immagine, ma in molti casi è il diario del viaggio che un progettista compie alla ricerca della forma. Vanno interrogati per quello che dicono, ma anche per quello che “non” dicono, esaminando le cancellature, le correzioni. Palladio, per esempio, prima di disegnare con la penna, traccia sul foglio le linee di costruzione con una punta d'avorio. Guardando il foglio con luce radente possiamo vedere i solchi, e talvolta lo cogliamo cambiare idea riuscendo a ricostruire l'iter del suo pensiero. È successo così, ad esempio, per un bel disegno della facciata della chiesa di San Giorgio, dove le linee di costruzione ci permettono di capire che Palladio aveva previsto un portico sporgente, rendendo la chiesa veneziana molto simile al Pantheon di Roma: similitudine che, fidatevi, già allora non era proprio entusiasmante per il governo della Serenissima, e fu presto abbandonata. Il Palladio Museum conserva, fra gli altri, due importantissimi disegni di architettura. Uno schizzo rabbioso e istantaneo di Michelangelo ed uno dei più bei disegni in circolazione di Baldassarre Peruzzi, forse il più abile disegnatore di architettura del Cinquecento. Quest'ultimo è un’acquisizione recente e apparteneva ad un famoso critico d'arte inglese, Brian Sewell, legatissimo al sulfureo Anthony Blunt, il curatore delle raccolte delle Regina, che si rivelò una spia dei sovietici, e che un giorno di cinquant'anni fa chiamò nel suo ufficio un giovanissimo Howard Burns, chiedendogli di studiare il disegno e ... Il seguito al Palladio Museum il 18 marzo. *direttore Palladio Museum