AMATRICE IL PARADISO NEL CUORE

La giornalista Elena Polidori con ’Amatrice non c’è più  ma c’è ancora’ La copertina del libro della Neri Pozza Editore
La giornalista Elena Polidori con ’Amatrice non c’è più ma c’è ancora’ La copertina del libro della Neri Pozza Editore
Chiara Roverotto 24.08.2018

Estate. Tempo di giochi. Di vita. Il 24 agosto del 2016 alle 3,36 la terra trema ad Amatrice, la case si sgretolano, i crateri nella terra di aprono. Troppo. E arrivano i morti, i feriti. Doveva essere una notte tranquilla. Di esistenze, vacanze, futuro. Quello che resta è solo un cumulo di macerie. La paura di non essere salvi e l'accusa: si poteva evitare? Quel terremoto di cui ancora si parla accostandolo alla ricostruzione, alla voglia degli abitanti di rimboccarsi le maniche riprende vita in un libro “Amatrice non c'è più, ma c'è ancora” edito da Neri Pozza, 238 pagine, scritto da Elena Polidori, giornalista economica de “La Repubblica” (attualmente cura l'inserto Affari e Finanza, il supplemento economico del lunedì con la rubrica Oltre i numeri). Lei il terremoto l’ha vissuto in prima persona con il marito e la figlia in una delle 69 frazioni di Amatrice: Poggio Vitellino. Tutti e tre ne sono usciti vivi, a crollare poco più di un mese dopo è stato il casolare, uno scrigno del '600 pieno di esistenze, ricordi, oggetti. Le memorie di un pezzo di famiglia che non c’è più, inghiottito, scomparso. Denso, concentrato, pesante e consistente nei ricordi che affiorano lentamente, dopo che il dolore ha iniziato a placarsi alla fine di quella scossa che ha stravolto la vita in quattro regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche. «Ancora oggi tutti mi chiedono che cosa accadde in quella notte terribile. Certo, sono una giornalista e conosco le regole di questo mestiere. Ma di paura, fumo, macerie, odore di morte ho parlato e scritto abbastanza. Con questo libro vorrei andare oltre. Pensare al futuro - spiega Polidori- riprendere vecchi sogni, anche se la memoria rimane lo scoglio più duro da superare. Per quella non c'è magnitudine che tenga. Ti resta dentro. Ti scuote la testa, le membra, ma guardiamo avanti. Certo siamo sopravvissuti con mio marito, mia figlia e il bassotto Pepito. Destino, miracolo? Ora, che importanza ha? Alcuna. Con una sorta di testimonianza vorrei ricordare quello che per me era un pezzo di paradiso. Un luogo di vacanza, un modo di esistere, anni di ricordi, immagini, sapori. Di case, campanili, vie, negozi, alberi, prati. Vorrei superare la soglia delle macerie per farmi cullare da altro. Per rendere ragione ad una terra che aveva una storia: per questo i diritti e i proventi del libro serviranno per la ricostruzione di Amatrice». Nella quarta di copertina c’è scritto che questo è un libro terapeutico. Mi piacerebbe molto lo diventasse, l’ho visto e toccato per la prima volta in questi giorni. Piccolo, maneggevole, con una bella copertina. Direi essenziale. Lo si può tenere in borsa, non pesa. Il contenitore perfetto per narrare la realtà che precedeva il terremoto in quelle terre. Il sisma distrugge tutto, ma quando le case, i palazzi e le vie diventano invisibili non finiscono nell’oblio restano nell’anima, costruiscono i mattoncini della nostra memoria. Mattoncini che diventano il cemento del passato e mi piacerebbe pensare anche del futuro. Come è nata l’idea del libro? Dalla sofferenza solitamente ci si allontana la si mette in un angolo. Anche questo è vero, ma nel giornalismo questa visione cambia. Certo, scrivendo un libro di memorie, anche se non è propriamente così, si inizia a declinare la scrittura in modo differente. Altro. Non si tratta di cronaca, ma molto di più. Non ci si stacca da quello che si scrive, entrano in gioco altri fattori, componenti differenti. Il libro diventa quasi un figlio dal quale è difficile allontanarsi. Quanto ci ha impiegato? C’è una premessa: il Natale successivo al sisma scrissi un piccolo libretto “Il vaso piegato” che regalai ad amici e parenti. All’interno c’erano anche alcune cartoline. Voleva essere un documento. E da quella testimonianza, che era veramente poca cosa, ma non sotto il profilo personale, in molti mi chiesero di scrivere un libro, tra loro anche un amico che lavorava alla Neri Pozza Editore. Così mi sono decisa e in un anno l’ho concluso. Sono ritornata ad Amatrice proprio per l’ultimo capitolo, per ritrovare il silenzio del Poggio che fu. Solo pietre. Sensazioni? Quello che c'era prima non si vede più e non si capisce niente di quello che c’è ora. Non mi appartiene più nulla: palazzi sventrati e tetti divelti, spunzoni di ferro e rimasugli di vita. Spariti anche i gatti. Ci sono le Sae che, in gergo tellurico, sta per Soluzioni abitative di emergenza, ma la “e” ha già cambiato nome, adesso sta per eterne. Ho visto orizzonti che prima nemmeno immaginavo, la catena dei monti della Laga prima era amichevole ora è incombente, non c’è più nulla che la separi dalle case. Anche le distanze si accorciano. Dalla sua casa non ha preso nulla? Non l’ho voluto fare, c’era tutto là dentro e quello non lo avrebbe ripreso nessuno, è rimasto tutto nel cuore, nella testa, nella memoria. Per me e la mia famiglia era una seconda casa, per cui c’erano esigenze diverse per chi viveva in paese. Però sì, c’è una cosa che ho fatto riprendere, la mia fede nuziale. Era l’unico oggetto che volevo, infatti è stata recuperata dopo qualche giorno dal sisma, prima del crollo. Ripensandoci era una metafora, un oggetto simbolico. Per superare quanto accaduto si è fatta seguire con una terapia? Certo, mi è stata consigliata da un’amica, si chiama “Eye Movement Desensitization and Reprocessing“ e dal 2013 è riconosciuta dall'Oms quale metodo elettivo nella risoluzione dei disturbi post traumatici da stress. Semplificando, con poche sedute debella i traumi e le paure, e gli psicologi della Croce rossa, dopo il terremoto, l’avevano proposta a tutti gli abitanti. Diciamo che mi ha aiutato a mettere un certa distanza tra me e il dolore. E’ stata faticosa, ma risolutiva anche se il cammino era iniziato con “Il vaso piegato” e ora questo libro credo segni una sorta di guarigione. Nel libro ci sono molti riferimenti Giuseppe Gioachino Belli, famoso per i sonetti romaneschi e non solo. Quello era il libro che volevo scrivere con mio marito Filippo Ceccarelli. Avevamo trovato, spulciando tra il suo archivio, un inedito, una filastrocca scritta in dialetto amatriciano, avevamo raccolto un carteggio che fortunatamente è rimasto a Roma quindi non è andato perduto. Ho iniziato dal poeta pensando alle finestre decantate dei suoi sonetti che non c’erano più. L’ho ricordato perchè era un’iniziativa diversa, e poi il Belli aveva già scritto del “taramoto” o “teremoto” come lo definiva. Infatti era sempre presente in quelle zone, ma mai così devastante come quello del 2016 che si è portato via gli affetti e le sicurezze di una vita intera. Secondo lei come sta procedendo la ricostruzione? Ho la sensazione che sia stato fatto poco. Ad Amatrice hanno raso al suolo tutte le case, i monumenti, ma nelle frazioni, e sono 69, dal 24 agosto di due anni fa non hanno fatto nulla, sono zone fantasma. Ci sono le casette, ma manca un piano e forse non farò mai in tempo a vederlo. Me ne andrò prima. •