L’ANTICA VOCE DEGLI UOMINI

La copertina del volume che raccoglie tutte le poesie di Bandini
La copertina del volume che raccoglie tutte le poesie di Bandini (BATCH)
Maurizia Veladiano 07.03.2018

Perché scrivere poesie in latino? Perché calarsi “fra ombre fitte di secoli” sulle tracce di parole che hanno il “ baluginio di lucciole erranti nel buio” o “di stelle, sperse nel tempo, per gli abissi del cielo”? Questo l’argomento che Fernando Bandini affronta nell’epistola in latino rivolta all’amico Andrea Zanzotto rinvenuta qualche anno fa tra le sue carte, e ora inserita nel volume “Fernando Bandini. Tutte le poesie”, Mondadori. Una vera e propria gemma stilistica cui l’autore vicentino lavorò a lungo agli inizi degli anni ‘70 realizzandone quattro stesure differenti. Non è stato facile per Giovanni Pellizzari, che si è occupato (con il supporto del prof. Leopoldo Gamberale) della traduzione e dell’analisi delle differenti versioni, giungere all’identificazione della redazione più compiuta e matura dell’intero processo. Si tratta di un’epistola metrica in esametri nella quale Bandini spiega come il suo fare poesia in latino non sia frutto di esercizi virtuosistici, ma nasca da un sentimento profondo per affrontare i grandi paradigmi dell’esistenza. Non a caso la sua avventura con il latino iniziò intorno alla metà degli anni Cinquanta, quando rimase sconvolto da una mostra di disegni dei bambini nel campo di concentramento di Terezin. Tentò di mettere in versi l’orrore e la pietas di quella esperienza, ma ebbe fin da subito la sensazione che nessuna lingua al mondo avrebbe mai potuto raccontarla. Fino a quando non gli venne in soccorso l’inno liturgico di Prudenzio per il martirio dei Santi Innocenti. «Fu allora che prese corpo in me l’idea che avrei potuto scrivere quella poesia in latino - spiegò in seguito lo stesso Bandini - Sarebbe stata sì una fuga dalla tremenda attualità di quegli eventi, ma anche, forse, la possibilità di recuperarne il significato tragico in un’aura atemporale e quasi sacrale». Un evento linguistico, l’impiego del latino, riservato a pochi argomenti cari ed eletti. Un cercare - come scrive nell’intensa lettera dedicata a Zanzotto - insieme al canto di quelle antiche parole, “l’età favolosa allorché i Cieli splendevano prossimi alla terra…/ Poi è sopraggiunta, lo sai, della gente dal cuore di ferro, /capannoni hanno invaso le attonite campagne, / e monti e selve stupirono al fragore inaudito delle strade”. Dove ritrovare allora le voci dell’infanzia del mondo, la loro trasparente purezza, il loro dar nome alle cose, se non in parole estinte da secoli? “Che importa a noi se sia morta la lingua latina?” incalza Bandini. “Guarda il bosco: non vedi vivere in esso adolescente ancora la terra?/ E non senti che ti sale al cuore, se tace, un murmure senza fine, / ed è l’antica lingua degli uomini?”. Una lingua materna, sorgiva, che racchiude il segreto capace di sconfiggere il tempo e la morte. Ben lo sapeva Rimbaud, che appena quindicenne già ne aveva intuito la straordinaria potenza. E ben lo sa anche Zanzotto, che pur componendo in lingua moderna, inserisce nei suoi versi voci latine. “Non puoi negare, dolce amico – chiosa Bandini – che mentre si fa così ansiosa e confusa la nostra vita, / nella lingua latina trovi intatte riserve d’ordine e di calma lucidità”. Il tutto con la consapevolezza di muoversi per terreni aspri e scoscesi, rischiando l’emarginazione e l’oblio. “A noi, che così spesso in latino verseggiamo/ non tocca corona di durevole alloro né di tamerice effimera:/ al tramonto sfrecciano sull’olmo ombre d’ali/poi dileguano all’alba, nell’oro effuso del cielo:/ così di noi non s’accorge nessuno;/i giornali ci ignorano, nelle librerie i nostri nomi vengono relegati in un angolo/”. La traduzione di Pellizzari restituisce al lettore l’emozionante freschezza del dettato originario. •