IL PERICOLO SCAMPATO IN MOSTRA

Dipinto, 1953, olio su telaJoan Miró, Toile brûlée 3, 4 - 31 dic 1973. Acrilico su tela bruciataSobreteixim Sack 5 e  14, 1973, acrilico, corde, feltro, lana, legno
Dipinto, 1953, olio su telaJoan Miró, Toile brûlée 3, 4 - 31 dic 1973. Acrilico su tela bruciataSobreteixim Sack 5 e 14, 1973, acrilico, corde, feltro, lana, legno (ZANINIS)
Nicoletta Martelletto 10.03.2018

E’ uno degli artisti dal segno sempre giovane, dallo sguardo bambino anche quando alle soglie dei 90 anni tracciò gouache e usò i pastelli a cera negli ultimi “Untitled”. Joan Miró (1893–1983)riusciva sempre a stupirsi di un mestiere artigiano che dà forma alle idee con i materiali più disgiunti: dalla carta alla juta, dalla masonite alle corde, dal cartone da imballo ai sassi. Diceva che il suo studio era come un orto dove tutto cresce: «E questa innocenza lo rende inconfondibile, un maestro della semplicità» commenta lo storico dell’arte Fernando Mazzocca, direttore culturale della fondazione Bano. Siamo a Padova, palazzo Zabarella, dove il presidente Federico Bano apre le porte al mondo del Novecento non più figurativo. Si chiude un primo capitolo, quello delle raffinate mostre sul secondo Ottocento che ha caratterizzato 22 anni di attività, e si fa spazio ad appuntamenti internazionali, «mostre che altrove non si vedono» è il programma di Bano. Coprodotta dalla fondazione col Comune di Padova e Fondazione Antonveneta, insieme ad alcuni sponsor (agile catalogo Marsilio, 112 pagine, prezzo popolare), la mostra in questione (aperta fino al 22 luglio) è da sola un romanzo negli antefatti. Arriva dal Palazzo Ajuda di Lisbona, residenza reale, dove con lo stesso titolo - “Mirò. Materialità e Metamorfosi” - era visitabile fino al 13 febbraio scorso. Prima ancora le 85 opere erano state esposte tra l’ottobre 2016 e il giugno 2017 al Museo Serralves di Porto, 240 mila visitatori. E’ un pericolo scampato quello cui il visitatore partecipa oggi: la collezione per Robert Lubar Messeri, che cura l’esposizione e studia Mirò da 40 anni, ha un valore straordinario radunando opere dal 1924 al 1981. Una cronologia rara, un valore economico da infarto. Ebbene nel 2014 questo corpus stava per essere smembrato per un’asta già bandita da Christie’s. Riavvogliamo il nastro: è la passione del giapponese Kazumasa Katsuta della Galleria K. AG per il pittore catalano ad aver creato la collezione, acquisita dalla vedova Matisse. Tra il 2003 e il 2006 il miliardario vende per 34 milioni al Banco Português de Negócios, che nel 2008 va in dissesto. Lo Stato portoghese nazionalizza la banca, incamera e riprivatizza. Pensa, viste le irrisolte difficoltà finanziarie, di recuperare vendendo la collezione d’arte, valutata sugli 85 milioni di euro e mettere all’asta le opere custodite nei magazzini della Caixa Geral de Depósitos di Lisbona. Tra i pezzi pregiati c’è l’olio su tela “Femmes et Oiseaux” del 1968: valore 8 milioni di euro. Scoppia il caso ad inizio 2014, un vasto movimento d’opinione è contrario alla cessione. La stessa casa d’aste si dichiara perplessa sullo smembramento del lotto “Miró – Seven Decades of His Art” e rinvia la battuta. Nel 2016 il primo ministro Antonio Costa mette la parola fine: la collezione resterà in Portogallo, e finalmente la si ammira. L’esposizione è un irrinunciabile documento sulla storia di un pittore-anti pittore e sul processo creativo: «La materia, lo strumento mi impongono la tecnica, un mezzo per dar vita a una cosa» spiega lo stesso Mirò. La metamorfosi è quella delle idee prima che negli oggetti, sullo sfondo dei quali si intravvedono appena gli eventi di un Novecento tragico e rivoluzionario. La forza dell’artista - «un internazionalista, non un populista» osserva Messeri a proposito dell’indipendentismo - sta in un tratto primigenio e spontaneo dettato da forza costruttiva, anche quando bruciacchia le tele, cuce catrame e fili sui sacchi da magazzino, o rinvia alla berretta catalana con un feltro rosso sul tronco di legno. Le notti stellate, i segni sensuali e morbidi, le interpretazioni - tra tutte la Fornarina, 1929 - sono tappe di una giocosa altalena tra materia e forma, che profuma di alchimia. •