GUARESCHI AL VELENO

  Giovannino Guareschi
Giovannino Guareschi
Stefano Vicentini 12.07.2018

«Don Camillo era un povero prete di campagna e, a differenza di don Chichì, aveva letto pochi libri e leggeva pochissimi giornali». «Don Chichì aveva la parola facile e seppellì Peppone sotto una valanga di pesanti accuse». Queste due stoccate sono a favore di un pretino progressista con gli occhiali da intellettuale, in giacca e cravatta: don Chichì rappresenta il nuovo che avanza, la svolta della Chiesa dal Concilio Vaticano II. Inviato a Brescello, ha il compito di impacchettare e spedire all’oblio ciò che sa di antiquato, a partire dalla gestione della fede: si deve ridurre la liturgia, abolire il latino, confidarsi con l’assemblea, usare i mass media. E altre «cose dell’altro mondo», direbbe Guareschi come portavoce dei popolani, del parroco e del sindaco più amati d’Italia per le loro furibonde risse da sponde ideologiche contrapposte, ma anche per il loro conciliante umanitarismo. Per rispondere a tali affondi, l’autore emiliano affila di nuovo la penna nel suo ultimo romanzo, «Don Camillo e don Chichì» ribattezzato «Don Camillo e i giovani d’oggi», con l’obbligo morale di non permettere alla modernità di aggredire la tradizione. Nel 50° della sua morte (22 luglio 1968), Alessandro Gnocchi percorre questi temi in «Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi» (144 pagg., euro 16), pubblicato da Marsilio. Sono nove lettere, datate 1963-1968, uscite come pezzi giornalistici sul Borghese, rivista che all’epoca faceva da contraltare a L’Espresso. Nell’interpretare gli scritti di Guareschi, un «povero reazionario rurale in braghe di fustagno e camiciona a quadri», non si può trascurare la sua ironia da mordace caricaturista della società. Negli anni ’60 la «vecchia Chiesa con le rughe» va in pensione e lui dà voce al suo alter ego, l’ostinato conservatore «tridentino» don Camillo: le balaustre dell’altar maggiore vengono smantellate ma possono servire a Peppone come balcone della Casa del Popolo; le statue dei Santi -oltre a candelabri, ex voto, mobilia, ecc.- finiscono alla compravendita di privati facoltosi; il rito abbandona il latino e perde di sacralità con l’uso dell’italiano corrente; la “Chiesa del silenzio” conquista la Rai e cede al pubblico televisivo. E poi le messe “yé-yé” con i giovani beat, il Pater Noster cantato da Claudio Villa, la catechesi per i non credenti, i patteggiamenti con gli scomunicati. Agli anatemi di monsignor Lefebvre si contrappone il Lercaroshow, la modernità perseguita dal cardinal Lercaro, arcivescovo di Bologna. L’invasato Guareschi è sempre lì a fare nomi e cognomi, a frugare nelle tasche della nuova chiesa. Ma pure della politica: osserva che la Dc si avvicina sempre di più al Pci e i protagonisti Berlinguer, Moro e Fanfani sono pronti a reprimere chi è fuori dal loro coro. E’ il virus della discordia per i conservatori, l’alba della laicità per i modernisti. Nenni, politico bolognese di razza, è inviato negli Usa a commentare l’enciclica Pacem in Terris, il sindaco di Firenze La Pira accetta la venerazione come per un santo, l’intellettuale militante Pasolini si getta nella rilettura cinematografica del Vangelo. Altro che storie da Mondo Piccolo, qui il progressismo diventa la filosofia postbellica occidentale, a dimensione planetaria. Le sferzate di Guareschi vanno a segno, tuttavia la ritorsione è alle porte: più degli irriducibili comunisti lo scrittore teme le nuove figure del cattolicesimo liberale e democratico, antiproibizionista e a favore della libertà individuale. Non sono veri difensori del libero pensiero, in quanto censurano e puniscono chi li giudica. Così, oltre ai lontani campi di concentramento, lo scrittore porta con sé un’ulteriore dolorosa ferita, la recente prigionia per aver offeso De Gasperi -tra il 1954 e il 1955- in una diffamazione a mezzo stampa (all’epoca, un unicum in Italia). E la beffa nel 1961 della chiusura del giornale «Candido», tanto attivo per la destra popolare cattolica ma fuori moda quando la Dc apre alla sinistra. Il Guareschi donchisciottesco è al tramonto, pur resistendo nel collaborare per vari giornali e dedicandosi ai suoi don Camillo e Peppone, impartendo istruzioni di irriverenza a quelli cinematografici, gli ottimi Fernandel e Gino Cervi. Che dire della berlina della Dc? Il giornale dell’Azione Cattolica lo ritrae come uno scarafaggio morto. «Non muoio neanche se mi ammazzano», è il suo motto. Alessandro Gnocchi chiude il saggio con una riconoscente «Lettera del postero»: «Caro Guareschi, si sarebbe tentati di dire che lei scrisse con mezzo secolo in anticipo sulla capacità di leggere e giudicare il proprio tempo in dotazione all’intellettuale collettivo, al giornalista collettivo, al politico collettivo, al prete collettivo. Ma si sbaglierebbe perché essi non intendono neppure oggi quello che lei intese allora». Per carità, si devono depennare nomi ed eventi di quelle lontane pagine di storia; ma oggi bisogna riflettere su quel clima di rinnovamento perché prometteva effetti di benessere nei decenni a venire. Si sono visti? Se sì, con qualche contraddizione. Una certa ipotesi di elucubrazione di Guareschi è ora certezza di chiaroveggenza. • © RIPRODUZIONE RISERVATA