ARTISTI E MUSEI STRAORDINARI

Il prof. Flavio  Caroli
Il prof. Flavio Caroli
Chiara Roverotto 13.06.2018

Le sue capacità narrative le aveva messe in campo da tempo, ma con l'ultimo libro “L'arte italiana in quindici weekend e mezzo” (Mondadori 288 pagine), il prof. Flavio Caroli è andato oltre cercando, tra un capolavoro e l'altro, una storia, un particolare da fissare. Un dettaglio da riportare a casa. Perchè l'arte non è fatta solo di quadri e immagini, bensì di racconti che in quest'ultimo lavoro s'intrecciano con una storia romantica che - ammette l'autore- «voleva ricordare il film “Nove settimane e mezzo” con Mickey Rourke e Kim Basinger. Il titolo era accattivante, poi il libro è un'altra cosa. Serviva a dare uno spazio temporale; del resto ci aiuta in una società sempre più frenetica». Caroli è nato a Ravenna nel marzo 1945, dopo la maturità classica con lode e medaglia, si iscrive alla facoltà di lettere moderne a Bologna laureandosi nel 1968. Tra il 1972 e il 1995 è docente di Storia dell'arte moderna al Politecnico di Milano. Ha scritto una decina di libri, collabora con quotidiani nazionali e con quest'ultima pubblicazione ci regala alcune perle irrinunciabili per menti curiose. Un esempio? Il mausoleo di Galla Placidia, prima tappa del weekend ravennate, è il più antico edificio della città adriatica che conservi ancora tutti i suoi mosaici. E Cole Porter, sì avete letto bene, compose nientemeno che “Night and Day” dopo aver visto il meraviglioso cielo che ne occupa la volta. Chi l'avrebbe mai detto? Ma non siamo che all'inizio: il viaggio attraverso l'arte nasconde curiosità e tanto altro di cui l'autore parlerà a Bassano domenica 17 alle 18.30 al Castello degli Ezzelini, durante il festival “Resistere” organizzato dalla Libreria Palazzo Roberti e che apre domani. Professore che cosa significa “resistere” nel mondo dell'arte? Significa rimanere sull’altopiano della qualità, la forza di gravità è fortissima, tira verso il basso e, invece, bisogna insistere sulla qualità. A tutti i costi. Del resto abbiamo un grande passato, un presente molto vivo nell’arte contemporanea. E da parte della gente, e lo sostengo con contezza, c’è molto amore per tutto quello che di artistico abbiamo. Non sempre questo amore viene appagato, però è la base di tutto. Diciamo che le istituzioni sono un po’ latenti? Certo, siamo un disastro, nella conservazione e nella gestione “politica”, cioè nella capacità di trattare con le grandi istituzioni internazionali. Di base ci sarebbe tutto. Ma facciamo poco rispetto alle potenzialità che potremo mettere in campo. Che cosa possiamo svelare del libro? In dieci anni ho scritto un volume ogni anno e mezzo. C'è sempre tanto da raccontare. L'ultimo però è diverso, ci ho pensato a lungo. Tutti noi abbiamo visto migliaia di quadri, poi c’è una selezione che porta ad una storia dell’arte che dipende dalle nostre inclinazioni, dai nostri gusti, da quali sono le opere o gli autori che ci soddisfano di più. Però le vere emozioni le abbiamo nella vita. Quando vediamo un quadro dietro c'è la nostra vita; che cosa facciamo in quel momento, con chi siamo, cosa mangiamo, la città, il museo, il borgo. I sapori, gli odori, anche questi sono importanti. Pensavo di raccontare il gusto della vita “impastato” con il gusto dell’arte. I quindici week end e mezzo corrispondono alle regioni meno importanti, quelle che non hanno capolavori assoluti. Diciamo che ho posizionato alcuni paletti per uno slalom sui fondamentali della cultura italiana. Il libro si apre con l'allieva che vorrebbe vedere il Cenacolo vinciano, ma senza prenotazione è inavvicinabile. Il professore la porta a Milano in una chiesa che in pochi conoscono: S.Maria a San Satiro. Donato Bramante offre a Milano il più alto dono di cultura prospettica e astrattiva di tutto l’Umanesimo. Lo spazio su cui edificare la chiesa di Santa Maria a San Satiro era irregolare e costretto in confini angusti da una strada e da edifici confinanti che non potevano essere abbattuti. L’affondo prospettico risultava contratto e limitato. E allora Bramante supplisce alle difficoltà pratiche con un colpo di genio. Ciò che non è permesso dallo spazio reale, sarà ottenuto dallo spazio illusorio. L’architetto di Urbino inventa una finta prospettiva meravigliosa e mirabolante, che allude a una profondità di venti o trenta metri, e che invece è fatta con una struttura spessa esattamente di novanta centimetri. Il viaggio non poteva non toccare il Veneto? Il Veneto è fondamentale perché nel ‘400 il problema dell’arte europea era quello di arrivare ad una nuova idea di spazio e luce. La luce la risolvono i fiamminghi. Lo spazio lo risolvono prima i fiorentini ma le linee, grazie a Piero della Francesca, si incrociano a Venezia. Scena unica del panorama europeo. Giovanni Bellini, nell’Incoronazione, abbandona definitivamente gli accaniti esercizi disegnativi nei quali rivaleggiava con suo cognato Andrea Mantegna, obbedisce a meditazioni del tutto diverse, e inventa la pittura di verità e di luce in accezione italiana. Questo è il risultato di una esplorazione negli incanti della natura che diventa il contraltare italiano del naturalismo fiammingo di Van Eyck. Dal Veneto alle Marche. A Recanati in maniera imprevista, ma esaltante, Lorenzo Lotto ci fa conoscere un’umanità sottile e pensosa, già tormentata dalla malinconia: santi con la barba mal rasata che tradiscono un acuto odore di convento, soldati con il doppio mento di chi è destinato alla pinguedine, e fisionomie androgine, vecchi uomini con occhi di cocker triste, un san Sigismondo ossuto con la pupilla dilatata che potrebbe incarnare le stesse fattezze dell’artista; e poi c’è la fretta di angeli a ciglio asciutto, che si affannano per l’ultimo straziante atto di amore terreno, la composizione della salma di Cristo. Ha dedicato un capitolo all'arte povera. Nel Castello di Rivoli, al Museo dell’Arte Povera, s'incontrano le grandi metafore insite nell’occupazione dello spazio: metafore legate al naufragio della civiltà classica in Jannis Kounellis; metafore della socialità in Luciano Fabro; metafore dell’infinita ambiguità dei linguaggi che generano l’immagine figurativa in Giulio Paolini. Perchè ha scelto uno dei due coniugi di Urbino ritratti da Piero della Francesca per la copertina? Perché è bellissimo. Piero della Francesca ha recuperato la visione della luce e del paesaggio. Gemello di Van Eyck, ha poi inventato il colore, quel rosso che fino a quel momento non era mai stato usato. Con Piero della Francesca, il dialogo dell’uomo con la natura è sostenuto a un punto di meraviglioso equilibrio. Luce di vita e luce di pensiero. L’uomo offre ordine alla natura, la preserva dal caos e la natura offre infinite delizie alla sua creatura privilegiata. •