ANNA FRANK GIÙ LE MANI DAL DIARIO

Una celebre foto di Anna Frank al banco di scuola
Una celebre foto di Anna Frank al banco di scuola
Alessandra Milanese 24.01.2019

Molte le tredicenni italiane hanno conosciuto per la prima volta Anna (in realtà Anne) Frank alle medie. A scuola era diffusa una splendida antologia intitolata «Pagine vive», zeppa di brani d’autori scelti quali Matilde Serao, fotografata da bambina, premi Nobel, come Juan Ramòn Jímenez, che parlava ai ragazzi, avvicinandoli al suo asinello Platero; il disordinatissimo avvocato Bellarmino di Emiliio De Marchi, che smarriva un importante documento perché l’aveva cacciato nella fodera del cappello. Il brano dedicato ad Anna si intitolava «Vita difficile di una ragazzina». Era semplice identificarsi con la pre-adolescente, perché raccontava delle preferenze della madre Edith per la sorella maggiore Margot. E narrava la conseguente angoscia di Anna. L’identificazione finiva qui. Ci invita, prepotentemente, a farlo oggi la celebre scrittrice ebrea statunitense Cynthia Ozick, finalista al Premio Pulitzer e al Man Booker International Prize, di cui La Nave di Teseo sta riproponendo un pamphlet, scritto ancora nel ’97 Di chi è Anne Frank?, 80 pagine. La grande autrice, novantenne, che oggi avrebbe la stessa età della Frank, impone una revisione particolarmente severa del famosissimo Diario, scritto da una ragazzina ebrea olandese uccisa dai nazisti. Mentre noi soffrivamo le incomprensioni materne nelle nostre belle casette riscaldate, magari con giardino, libere di entrare e uscire a piacere, Anna «sopravviveva segregata in un rifugio, insieme ad un piccolo gruppo di persone, aspettando solo l’invasione degli Alleati. Sopra il suo capo le bombe, rombanti verso il loro bersaglio, facevano tremare la casa; a volte cadevano terribilmente vicine. Tutto questo nelle cronache di un diario di trepidazione, agitazione, allarme». La Ozick confida al New Yorker che «persino i periodi più tranquilli di lettura e studio esprimevano, nella scrittura della Frank, il silenzio forzato della prigionia. I pasti consistevano in lattuga bollita e patate marce, tirare lo sciacquone era proibito per dieci ore al giorno. Di notte si sentiva sparare. La minaccia del tradimento e dell’arresto costituiva una presenza costante. Un’ansia quasi incontrollabile e la più assoluta immobilità dettavano la regola». «Questa è una storia di paura» racconta la celebre autrice ebrea nell’intervista rilasciata a La Stampa, unico quotidiano italiano ad essere riuscito a parlarle in occasione della Giornata della Memoria: «Per capire Anna Frank dovete riuscire a provare la sua stessa paura!». Sempre ne Di chi è Anne Frank? scrive che «Troppi si sono appropriati del Diario in modo consolatorio: per chiudere gli occhi su ciò che è stato davvero l’Olocausto». Ancora nel suddetto saggio viene ampiamente spiegato che quasi tutte le edizioni – e ce ne sono state innumerevoli- sono state enfatizzate con definizioni tipo: «un inno alla vita» oppure il diario consisteva, secondo i critici, di «un delizioso assaggio fermato sulla carta da uno spirito umano indomabile». Riferendosi naturalmente ad Anna. Solo che, sempre secondo le accurate ricerche ed analisi compiuta da Cynthia Ozick, una delle voci più intense dell’ebraismo americano, la ragazzina appare, invece, sofferente e, giustamente, molto preoccupata. E per quali ragioni potrebbe essersi verificato il contrario, data una prigionia claustrofobica, sempre minacciata dalla catastrofe? Il Diario dovrebbe essere stato un documento dell’Olocausto, un film in presa diretta. Invece, sempre secondo la candidata al Pulitzer, risulta chiarissimo il tentativo mistificatorio, soprattutto in seguito al musical di Broadway, messo in scena dal ‘97 al ‘98 con protagonista una sedicenne Natalie Portman, che ha l’aroma amaro della beffa. Così la giovanissima attrice ha l’impudenza di decifrare Anna Frank: «Divertente, speranzosa, tutto sommato una ragazzina felice». Definito in modo estremamente edulcorato «una canzone vitale» il Diario appare, piuttosto, un manoscritto incompleto, tronco, spezzato. Se vogliamo, è stato completato da Westerbork (l’infernale campo olandese nel quale gli ebrei tedeschi furono deportati). E, infine, da Auschwitz e dai venti fatali di Bergen - Belsen dove si perpetrarono i crimini più orrendi, riportati nei cataloghi tedeschi con il più bieco dei linguaggi commerciali. Gli Ebrei, compresa la Frank, trasportati a Auschwitz la notte del 6 settembre 1944, venivano denominati «Ausgangs-Trasporte nach dem Ostem» - merce da trasportare all’est” – e definiti «Stückes», che sta per «pezzi», altro termine proprio del mercato. Forse nei ragazzini di ieri, proprio a partire dall’antologia «Pagine vive», era stata instillata un’ eufemistica falsità : «L’ottimistica visione della vita di Anna». Quella, in cui credeva pure il padre Otto che, come quasi tutti i genitori, conosceva ben poco della figlia. Oltretutto la frase più conosciuta del Diario (ci verrebbe da dire diffusa e celebrata in modo infame) recitava: «A dispetto di tutto, riesco ancora a credere che la gente abbia davvero, in fondo, buon cuore». Ma è stata strappata ad un cespuglio di rovi. Appena due paragrafi dopo (e solo tre settimane prima di essere catturata e spedita a Westerbork) Anna butta giù, sempre nei suoi appunti, una visione completamente diversa, oscurata di estrema cupezza della sua situazione e della vita. Leggiamola insieme: «Mi accorgo che il mondo si sta, lentamente, trasformando in una giungla. Sento l’approssimarsi di un tuono, che molto probabilmente ci distruggerà, riesco a percepire la sofferenza di milioni di persone… Intanto tutta la mia forza sta nell’aggrapparmi ai miei ideali. Forse verrà il giorno in cui sarò in grado di realizzarne qualcuno». • © RIPRODUZIONE RISERVATA